incontro sulla educazione del 25 aprile allo Scugnizzo Liberato, Napoli

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Le presentazioni di Andrea Sola alla iniziativa sulla educazione libertaria svoltasi il 25 e 26 aprile 2016 allo Scugnizzo Liberato, spazio occupato ed autogestito di Napoli.

Tutti i video delle conferenze di TUTTAUNALTRASCUOLA tenutasi a Vaiano il 10 e 11 settembre 2016

cliccare sul link sottostante per visualizzare l’indice dei video : le autopresentazioni delle diverse realtà svoltesi sabato e le quattro tavole rotonde svoltesi nella giornata di domenica.

Durante l’incontro si sono inoltre svolti nella giornata di sabato numerosi seminari  a numero chiuso. Per magari informazioni su questi contenuti ci si può rivolgere direttamente ai conduttori.

https://www.youtube.com/playlist?list=PLFeuRzM3iezkhpdxf3aOVIrTa0fO_WYe4

Gli interventi al convegno “Tutta un’altra scuola” del 13 settembre a Vaiano di Prato

Per visualizzare l’elenco di tutti gli interventi cliccare sull’icona  YOU TUBE in basso a destra della finestra del video

Il centro territoriale Mammut di Scampia, un bilancio. Un intervento di Giovanni Zoppoli

L’intervento è stato ripreso in occasione della presentazione  dell’ultimo libro prodotto dal Centro territoriale Mammut organizzata il 26 giugno 2015 da Luisa Cavaliere
a San Marco di Castellabbate. All’incontro hanno partecipato anche Maurizio Braucci e Chiara Ceccarelli.

Intervista a Cesare Moreno e Santa Parrello. da UNA CITTÀ n. 221 / 2015 aprile

 

LA FRAGILITA’ COMUNE
Il complesso rapporto degli operatori di Maestri di strada, che operano nelle scuole “difficili”, con insegnanti e dirigenti, in un’istituzione dove il burnout fa indossare a tutti una corazza; la crisi del ruolo dell’insegnante, che risente di quella dei modelli adulti, e la figura del “fratello maggiore” che risponde al bisogno dei ragazzi di relazioni orizzontali; una scuola dove si fatica a lavorare in équipe, e si abusa delle categorie: Bes, Dsa… Intervista a Cesare Moreno e Santa Parrello.

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Giuseppe Bagni – Rosalba Conserva, Insegnare a chi non vuole imparare Lettere dalla scuola, sulla scuola e su Bateson, con l’intervista radio

 

Due insegnanti, Rosalba e Giuseppe, si interrogano sul loro mestiere, nel corso di uno scambio di corrispondenza durato un intero anno scolastico. Entrambi insegnano alle scuole superiori, lei in un istituto tecnico, lui in un professionale. Colti, appassionati, animati da un profondo senso di responsabilità per le conseguenze del loro agire sulla vita dei ragazzi e da un intenso investimento emotivo nei loro confronti, si trovano ogni giorno a dover tradurre tutto questo patrimonio intellettuale e morale in azioni, comporta- menti e giudizi, mettendo insieme le finalità istituzionali del loro ruolo e i dettami della loro coscienza.

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Un audio documentario di Amisnet: Costruire identità. Al lavoro grandi e piccini

Un audio documentario di Amisnet: Costruire identità. Al lavoro grandi e piccini

 

Come vedono i bambini il mondo degli adulti e come gli adulti immaginano la città dei bambini? E in che modo bambini e adulti possono interagire per costruire insieme una comunità migliore? Un documentario, un libro e un corso provano a dare una risposta a queste domande.

Ascolta Terranave:

 

 

“Prima il baule spinge, spinge, spinge e non ce la fa, ma poi quando tocca alla persona parlare si apre, perchè non ce la fa più”. Così una delle bambine protagoniste del documentario “Elementare” descrive le sue sensazioni quando fa teatro. “Elementare” è un film a cura di Franco Lorenzoni, realizzato con un ciclo elementare della scuola dove Lorenzoni insegna. Il lavoro fotografa le numerose ricerche fatte in cinque anni di scuola, dall’arte all’astronomia, passando per il teatro, il disegno, la filosofia e la geografia. Ogni attività proposta dal maestro è mirata a indagare un fenomeno o analizzare un fatto, lasciando che i bambini giungano alle loro tesi e conclusioni attraverso l’osservazione e la pratica.

“I pensieri infantili sono sottili” sostiene Lorenzoni “a volte sono così affilati da penetrare nei luoghi più impervi arrivando a cogliere in un istante l’essenza di cose e relazioni. Ma sono fragili e volatili, si perdono nel loro farsi e non tornano mai indietro”. Sulla fragilità e la profondità del pensiero dei bambini ragiona anche Zero Violenza, un’associazione e un portale d’informazione che da anni ormai lavora sulle questioni di genere. In queste settimane Zero Violenza sta portando avanti un corso dal titolo “La città dei bambini nella mente degli adulti. Differenze e integrazione”. Il progetto si svolge in quattro istituti delle periferie romane ed è realizzato grazie al contributo di due psicoanaliste, Geni Valle e Simona di Segni, e una giornalista, Loredana Lipperini. Rivolto ad adulti e insegnanti, il corso mira a decostruire gli stereotipi, partendo dal ruolo dell’ambiente familiare e scolastico. “La costruzione degli stereotipi può essere alla base di episodi di violenza” spiega Monica Pepe, responsabile del progetto “e non permette un’analisi attenta della propria identità”.

“Sulle questioni di genere e sul modo di affrontarle nelle scuole in Italia siamo ancora indietro” spiega Lipperini “per esempio ancora non abbiamo assistito a un fenomeno interessante che avviene soprattutto nel mondo anglosassone, in cui nelle scuole si è smesso di proporre libri o solo per bambini o solo per bambine, distinti per colori e contenuti. Un libro dovrebbe aprire un mondo, non chiuderlo”. Arrivato alla sua seconda edizione, il corso è nato dalla necessità di fare qualcosa di concreto nei confronti della prevenzione alla discriminazione e alla violenza, partendo dalla base della nostra società: la scuola.

 

Ospiti della puntata:

Loredana Lipperini, giornalista e scrittrice
Monica Pepe, associazione Zero Violenza
Un ringraziamento particolare va a Franco Lorenzoni e ai protagonisti del documentario “Elementare”

Terranave

Terranave è un programma di Marzia Coronati
In regia: Marco Stefanelli
Alla selezione musicale: Frank Dopo Mezzanotte
L’articolo della settimana: La scuola inizia dai piedi

Per informazioni o consigli scrivete a radioterranave@gmail.com

“Basta compiti! Non è così che s’impara” un libro di Maurizio Parodi – Una conferenza e una intervista

“Basta compiti! Non è così che s’impara”

è un libro appena pubblicato per Sonda edizioni da Maurizio Parodi, dirigente scolastico e pedagogo.

Una videoconferenza di Maurizio Parodi

e una intervista tratta da http://www.giuntiscuola.it/lavitascolastica

Copertina "Basta compiti!"

1. Nella prima parte del suo testo spiega perché i “compiti a casa” sono inutili o addirittura dannosi. Ci può dare un sunto delle sue considerazioni?
È ormai noto che per accrescere le facoltà mentali (di apprendimento), si debba disporre delle nozioni essenziali, bisogna cioè sapere. Ben più rilevanti sono però le modalità di trattamento e uso delle informazioni, e, più in generale, la capacità di gestire la risorsa apprendimento, di mobilitare strategicamente le abilità acquisite e di trasferirle in contesti nuovi e diversi.

Persino la flessibilità, imposta come paradigma professionale da un mercato del lavoro sempre più immateriale e fluttuante, spinge verso l’acquisizione di abilità metacognitive, quelle che consentono la più rapida riconversione delle competenze, l’adeguamento più agile dei propri repertori cognitivi e comportamentali ai mutamenti dell’ambiente.

Se la capacità di imparare è per gli individui la risorsa più preziosa, allora la scuola dovrebbe considerarla una priorità istituzionale, dovrebbe collocarla al centro della propria riflessione pedagogica, dovrebbe concentrare su di essa il massimo impegno, dispiegare tutti i mezzi disponibili e profondere le migliori energie (innanzitutto professionali), dovrebbe farne il cuore della propria mission.

E la scuola cosa fa? Gli insegnanti danno i compiti a casa, perché gli studenti imparino (memorizzando le nozioni), e imparino a imparare, acquisiscano, cioè, un “metodo di studio”. Gli insegnanti spiegano e gli alunni studiano. In altre parole, a scuola si insegna e a casa si impara. Uno stupefacente paradosso: il “compito” principale della scuola è di fatto delegato per intero allo studente che deve provvedervi autonomamente, con proprie risorse, familiari e non, trasformando molti genitori (quelli disponibili e capaci) in docenti di complemento.

2. Cosa pensa in particolare dei compiti a casa nella scuola primaria?

Sono tanto più inutili, o dannosi, proprio perché nella scuola primaria si dovrebbero far emergere e potenziare leformidabili capacità di apprendimento degli alunni, quelle che hanno permesso, ad esempio, di imparare a parlare (dimostrazione inequivocabile che i bambini imparano anche senza “essere insegnati”).

Elena Frontaloni: 10 Aprile 2012

Ma i docenti non si interrogano su come gli studenti imparano (interrogano per sapere se hanno imparato), sulle peculiari modalità di approccio al sapere che informano l’esperienza cognitiva di ciascun individuo, non aiutano a esplorare introspettivamente le proprie originali strategie apprenditive, così da poterle impiegare consapevolmente, sviluppare e integrare.

“Scoprire le capacità dei bambini, riconoscerle e meravigliarsene non è per essi il modo migliore di essere valorizzati?”, ha scritto Gillet-Polis. I docenti ignorano gli “stili cognitivi” degli allievi, e si limitano a un insegnamento univoco, oltre che unilaterale; non si curano di controllare la “proprietà”, la fruibilità degli interventi didattici, non lo sentono come compito loro: loro insegnano, sono gli studenti che devono imparare (a imparare).

Dunque la scuola, paradossalmente, non fa proprio la cosa più importante, e gli insegnanti continuano a dare i compiti a casa, infliggendo agli alunni e alle loro famiglie un onere anche molto gravoso, tanto più pesante quanto più lo studente sia disagiato, bisognoso, solo; quanto più la sua famiglia sia indigente e deprivata.

Già, perché i ragazzi che abbiano genitori premurosi e culturalmente attrezzati possono affrontare l’impegno domestico con serenità o minore insofferenza; ma per chi non trovi nelle figure parentali sostegno e sollecitudine, e magari ne debba subire la latitanza o, peggio, l’intemperanza, l’ignoranza e l’insensibilità, le difficoltà poste dallo svolgimento degli stessi compiti assumono ben altra consistenza; la fatica, spesso incomprensibile e frustrante, è incomparabilmente più dolorosa.

Ancora un paradosso: gli studenti che non hanno problemi svolgono regolarmente i compiti loro assegnati, e per questo la scuola li premia; gli studenti che invece hanno problemi (personali e/o familiari), quelli che della scuola avrebbero più bisogno, non fanno i compiti, li sbagliano, li fanno male, indisponendo i docenti che per questo li biasimano e redarguiscono, infierendo con brutti voti, note e, finalmente, la bocciatura, punendo così l’indigenza, il disagio, la sofferenza, espellendo dal “sistema” proprio chi nel “sistema” potrebbe trovare l’unica opportunità di affermazione, di affrancamento e promozione.

3. Tra le attività demoralizzate dai compiti, lei mette la lettura, la gioia d’insegnare e quella d’imparare. Perché?

A proposito di paradossi: i ragazzi leggono poco, ma gli adulti che di questo li rimproverano, leggono molto meno.Evitiamo perciò di inveire contro i giovani: “se ragli si sentono,” ebbe a dire Tullio De Mauro “vengono da un’altra parte”. In verità è ben triste constatare che i ragazzi, e soprattutto le ragazze, leggono più degli adulti e che i bambini leggono più dei ragazzi: con il passare degli anni scolastici l’interesse per il libro anziché crescere, si riduce, sino a scemare.

Rispetto alla scarsa attitudine alla lettura che ci contraddistingue, possiamo assumere atteggiamenti diversi:colpevolizzare i giovani, per definizione sempre più superficiali ed incolti (senza prenderci il disturbo di interrogarci su eventuali responsabilità degli adulti); criminalizzare i media emergenti, i videogiochi, Internet – diabolici corruttori di fanciulli sprovveduti e inermi (chissà per demerito di chi…); oppure, più seriamente, potremmo domandarci se la scuola sia davvero esente da colpe, se si preoccupi di favorire l’incontro con il libro o se, al contrario, ne induca il rigetto. I libri si scrivono perché gli altri li leggano e ne ricevano informazioni, suggestioni, conforto e insegnamento, e non perché siano sezionati con accanimento necroscopico in ambienti emotivamente sterili.

Spesso, invece, si pratica la macellazione del testo letterario che, squartato e fatto a pezzi, viene “grigliato”, insaporito con annotazioni e commenti, e infine servito a scolari inappetenti, nauseati e facili al rigetto (non di rado, definitivo). Così “il libro diventa un oggetto contundente, un blocco di eternità, la materializzazione della noia”, ammonisce Daniel Pennac. È come se, prosegue ancora Pennac “il ruolo della scuola si limitasse sempre e dovunque all’apprendimento di tecniche, all’imperativo del commento e con la proscrizione del piacere di leggere impedisse l’accesso immediato ai libri. Sembra assodato, da sempre, sotto ogni latitudine, che il piacere non debba figurare nei programmi scolastici e che la conoscenza possa essere solamente il frutto di una sofferenza ben capita”.

Fortunata (ma esiste?) la scuola che abbia l’audacia di scommettere fino in fondo sulla gioia della cultura, capace di costruire, di “creare” un sapere disponibile a qualsiasi età – per un bambino, la cultura consiste nell’elaborazione delle sue esperienze, dei suoi stupori, dei suoi interrogativi, come del suo linguaggio.

“Non è il premio individuale materiale e vano” ha scritto Maria Montessori “lo stimolo psichico che spinge in alto le espansioni molteplici della vita umana: esso deturpa nella vanità la grandezza della coscienza e la costringe nei limiti dell’egoismo. Lo stimolo degno dell’uomo è la gioia che egli prova sentendo ingrandire se stesso”. Allora la gioia può scaturire dal contatto diretto con i capolavori dell’ingegno umano, dai grandi poemi d’amore fino alle più ardite realizzazioni tecniche e scientifiche; dalla tensione verso le opere più complesse; dalla partecipazione ai movimenti organizzati che permettono agli uomini di migliorare il proprio tenore e stile di vita. “Amare un testo, capire come funziona un motore, comprendere cosa sono il capitalismo, il socialismo, la globalizzazione, il pacifismo… non è solo utile, è anche “bello” – sono parole di Georges Snyders.

4. La sua posizione ha suscitato la reazione di Corrado Augias e poi un folto dibattito in rete. La seconda parte del volume è dedicata appunto a questo episodio. Perché ha deciso di inserire in presa diretta le voci dei commentatori? E quale ruolo crede che possano avere i social nella riflessione sulla scuola?

Credo che la messa in sinergia delle competenze, delle risorse e dei progetti, la costituzione e la conservazione dinamica di memorie comuni, l’attivazione di modi di cooperazione flessibili e trasversali sviluppino processi di intelligenza collettiva. Ora il cosiddetto “cyberspazio”, dispositivo di comunicazione interattivo e comunitario, si presenta proprio come uno degli strumenti privilegiati dell’intelligenza collettiva.

È grazie a esso che, per fare un esempio, gli organismi di formazione professionale o d’insegnamento a distanza sviluppano sistemi di apprendimento cooperativo in rete. Le grandi imprese creano dispositivi informatizzati di supporto alla collaborazione e al coordinamento decentrato(i groupware o software collettivi).

I ricercatori e gli studenti di tutto il mondo si scambiano idee, articoli, immagini, esperienze e osservazioni nell’ambito di newsgroup organizzati da diversi centri d’interesse. Nello specifico, il network “Ning: La scuola che funziona”, mi ha permesso di confrontarmi con docenti e genitori che non avrei altrimenti potuto consultare, sollecitando riflessioni, puntualizzazioni preziose.

5. Nella sezione finale del suo volume fa delle proposte concrete su come risolvere la situazione d’impasse creata dai compiti a casa. Potrebbe darcene una panoramica?

Può essere utile, in particolare, riprendere le parole di Antoine de La Garanderie, allorché evidenzia come gli studenti, abbandonati a se stessi nel momento di maggior bisogno (formativo) siano costretti a procedere per tentativi nello sforzo di imparare, e di imparare a imparare: “Alcuni,” scrive “a forza di provare senza riuscire, finiscono col rinunciare, per disperazione. Non sarebbe più sensato fare della scuola il luogo nel quale s’insegna la pratica dei gesti mentali che sono la condizione necessaria per l’adattamento scolastico?”. I gesti mentali di cui parla de La Garanderie, decisivi ai fini del successo (e del fallimento scolastico) possono essere appresi, se il docente si rende in tal senso disponibile. Lo chiarisce usando una metafora alimentare:

“L’insegnante, il quale creda che il suo ruolo di messaggero del sapere si risolva nella presentazione chiara, ordinata, misurata, ricca di esempi, adeguata nel linguaggio al livello dei suoi allievi, sbaglia completamente. Fa pensare al cuoco che abbia preparato un piatto con molta cura, per renderlo appetitoso, e che lo offra a commensali che ignorino l’uso delle posate, che non sappiano come il cibo debba essere portato alla bocca… sarebbe desolato di doverlo ritirare senza che nessuno lo abbia neppure toccato… Il cuoco supponeva che l’atto di mangiare fosse naturale, quindi ha concluso che se i convitati non hanno compiuto l’atto di cibarsi è perché sono incapaci di nutrirsi o perché sono pigri al punto da rifiutare lo sforzo richiesto per sollevare il cibo dal piatto. In realtà i suoi ospiti non mancano di appetito, ma sono sprovvisti dei mezzi necessari a soddisfarlo. Questi mezzi devono essere loro forniti, e spetta al cuoco di mostrare cucchiai, forchette, coltelli e l’arte di servirsene.” 

Più in generale, come spiegato nell’ultimo capitolo del libro (Accogliere, prima di tutto), è necessario che bambini e ragazzi siano rispettati e responsabilizzati, promossi da oggetto di discussione a soggetti attivi, mediante la presa di coscienza della propria condizione. Va data loro fiducia, devono essere sostenuti nei loro primi tentativi di “muoversi” autonomamente, dalla presenza rassicurante e stimolante di adulti così maturi e sensibili da crederli capaci di organizzarsi, di decidere, di agire.

Porre lo studente al centro della scuola significa liberarlo da ogni paura, motivare significativamente il lavoro, farne occasione di gioia condivisa da una comunità di compagni che non siano in competizione, che non appaiano tra loro antagonisti, dare spazio alla sua esperienza, valore ai suoi sentimenti, sostegno alla sua ricerca. Spetta all’insegnante decidere come impostare l’intervento, scegliere tra due opposti orientamenti, e stabilire se agisce per asservire o per liberare.

La scuola fuori la scuola. Un audio documentario di Amisnet con Giovanni Zoppoli, Andrea Sola, Deborah Soria

 

Mestre, Scampia, Lampedusa.Sono molti i territori italiani dove si sta portando avanti un modo diverso di fare educazione, provando a fare uscire la scuola dalle aule e portandola nelle piazze, nei parchi, tra i libri di una biblioteca.

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RIDEF 2014: intervista a Francesco Tonucci

Il progetto della città dei bambini di cui Francesco Tonucci si occupa da 15 anni è visibile nel sito www.lacittàdeibambini.org

Andrea Sola, intervento dal titolo “Cambiare i paradigmi del rapporto educativo”

Prima conferenza del ciclo “Un’altra educazione e’ possibile-uno sguardo differente” presso il Centro Quarzo Rosa di Faenza il 7 marzo 2014.

Dopo la presentazione di Cecilia del progetto di educazione parentale e zooantropologia a Pieve Cesato, parla Andrea Sola con un intervento dal titolo “Cambiare i paradigmi del rapporto educativo. La volonta’ di potenza dell’adulto, una rinuncia necessaria, dall’atteggiamento persuasori a quello dialogico”.

Palermo: Casa Officina

Intervista realizzata nel gennaio 2014 a Palermo presso la sede di Casa Officina da Andrea Sola per “CRONACHE DELL’ALTRA EDUCAZIONE”.

Che cos’è la Casa-Officina?

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Un asilo autogestito a Palermo




Interviste alle promotrici dell’Associazione “Casa di tutte le genti” di Palermo che ha fondato nel 2006 un asilo autogestito per le donne di Capoverde. Attualmente l’associazione non ha ancora una sede stabile.

Alfonso M. Iacono, una conferenza in cui si racconta del modo in cui si può parlare di filosofia con i bambini,dell’importanza della dimensione del gioco come capacità di saper entrare ed uscire dai contesti e del ruolo che ha questa capacità per conquistare una autonomia di pensiero che aiuti a divenire esseri umani autonomi e non sudditi.

Alfonso M. Iacono:

Con la coda dell’occhio. I bambini insieme alla filosofia

 

Una conferenza in cui si racconta del modo in cui si può parlare di filosofia con i bambini, dell’importanza della dimensione del gioco come capacità di saper entrare ed uscire dai contesti e del ruolo che ha questa capacità per conquistare una autonomia di pensiero che aiuti a divenire esseri umani autonomi e non sudditi.

parte 1 – https://www.youtube.com/watch?v=hzit4ZKY1x0
parte 2 – https://www.youtube.com/watch?v=4Y-1nj5DZow
parte 3 – https://www.youtube.com/watch?v=DNXjA47amSw
parte 4 – https://www.youtube.com/watch?v=tra4-XP55G0
parte 5 – https://www.youtube.com/watch?v=ImQwOOEAO9Y
parte 6 – https://www.youtube.com/watch?v=CqkXlvWrgxI

 

Prof. Alfonso M. Iacono
(docente di Storia della filosofia – Università di Pisa)
Progetto “Piccole ragioni. Filosofia con i bambini”
ottobre 2010 – febbraio 2011
Centro Culturale
Fondazione Collegio San Carlo

Faenza, 1 dicembre incontro pubblico: “Un’altra educazione è possibile”

Con Andrea Sola che presenterà il video documentario “Un’altra scuola è possibile”.

Alle ore 16 a Pieve di Cesato (Faenza) un incontro pubblico sui temi della educazione democratica e non autoritaria.

I dettagli dell’iniziativa su www.zebragialla.it

Paulo Freire, conferenza sulla pedagogia degli oppressi.

Nel filmato, tratto dal programma Dialoghi con Paulo Freire, del 1989, il grande pedagogo brasiliano, intervistato da alcuni docenti italiani, espone i principi della sua pedagogia, fondata sull’esistenza, in ogni società, di una dialettica tra oppressori e oppressi.
L’educazione è sempre stata relazione, tra l’insegnante e l’alunno, mediata dall’oggetto dell’insegnamento, che deve, in qualche modo, spaventare l’alunno, scuoterlo epistemologicamente e non con autoritarismo.

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