La Escuela del Mar a Barcellona nel 1922

Nel 1922 fu fondata a Barcellona una scuola in riva al mare basata sui principi della educazione all’aperto. La scuola fu bombardata durante la guerra civile e mai più riaperta.Qui l’articolo originale in spagnolo che la racconta

LA ESCUELA DEL MAR (traduzione di Luca Rubin)

La scuola si erge come una grande nave del Mississippi che si sarebbe arenata su una spiaggia. È fatta di legno, verniciato di bianco. In una galleria con colonne di rinforzo, è possibile vedere i salvagente.

Giù sulla spiaggia, ci sono un centinaio di bambini. La maggior parte è seduta sulla sabbia a guardare gli altri giocare. Alcuni sono protetti dal sole con un cappello a tesa larga.

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Mappe immaginarie. Per una didattica della geografia, di Marcello Benfante

Nel corso del tempo ho messo a punto alcuni stratagemmi didattici che ormai fanno parte del mio repertorio istrionico-pedagogico.

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I bambini dicono – Children say

Quando disubbidisco mi sento tutta rotta dentro e ho paura di non essere più capace di ritornare aggiustata come ero prima di diventare disubbidiente.

When I disobey I feel broken inside and I’m afraid I won’t be able to return fixed as I was before becoming disobedient.

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Il Progetto “Storie di didattica”

Descrizione del progetto

Un progetto di formazione

Il Progetto “Storie di didattica” è, prima di tutto, un progetto di formazione e sviluppo professionale per i membri del network ‘La scuola che funziona’, ma è anche un progetto di ricerca.

Formazione e ricerca fatti, però, in modi inconsueti

Con il progetto ci si propone di fare ricerca qualitativa (ad orientamento fenomenologico) con lo scopo di identificare ‘teorie’ dell’insegnamento alle quali agganciare metodi e strumenti estraendole dalle pratiche reali, teorie ‘estratte’ e non teorie ‘astratte’.

Il progetto offre una ‘formazione continua’ dell’insegnante fatta non attraverso formazione ‘formale’ (corsi, letture), tipica di un approccio alla conoscenza di tipo deduttivo, ma attraverso un approccio induttivo partendo dalla considerazione delle pratiche reali di insegnamento, il loro racconto in formato narrativo (storie) e il loro riesame.
Si tratta di un approccio allo sviluppo professionale dell’insegnante che fa leva sulla riflessione intorno alla propria (ma anche altrui) pratica. Attraverso la narrazione l’insegnante ‘studia’ se stesso (non un libro) ed ‘insegna’ a se stesso (non ‘è insegnato’ da terza persona).
Ricerca e Formazione professionale conferiscono all’insegnamento dinamicità e apertura riparandola da standardizzazioni e da pratiche routinarie.

Le fasi del progetto

Il progetto si sviluppa concettualmente attraverso tre tipi di attività:

– la narrazione di storie di didattica
– la loro rielaborazione riflessiva
– la costruzione di una knowledge base

Si inizierà con la raccolta di storie e questa fase continuerà (teoricamente) all’infinito nel senso che non ci sarà una data alla quale si chiuderà la fase di raccolta per iniziare quella del loro riesame. Potendo accedere ad una raccolta di storie si avrà modo di attingere da un ampio repertorio di soluzioni possibile e si potrà avere accesso a sapere esemplare da contestualizzare. Leggere storie ci fa fare esperienza, ci fa pensare, arricchisce il repertorio dei nostri dispositivi didattici.

Si raccoglieranno storie e si procederà al loro riesame nei tempi e nei modi che saranno comunicati di seguito. Rielaborare, estrarre significati, dispositivi, fare emergere macrotemi.

Mano a mano che si sistematizzeranno ‘conoscenze’, queste saranno organizzate nella knowledge base. Questa sarà strutturata in una antologia di storie, in un repertorio di dispositivi didattici estratti da quelle storie e, se ci potremo arrivare, in una raccolta di teorie didattiche.

Le storie saranno indicizzate per una loro agevole ricerca sulla base di criteri di utilità e potranno essere commentate singolarmente.

Chi gestisce il progetto

Il progetto viene gestito da un gruppo di membri del network che si sono resi disponibili, che si sono formati e che sono supervisionati dal Prof. Giuseppe Tacconi.

L’attività viene svolta in collaborazione con l’Università di Verona, nella persona del Prof. Giuseppe Tacconi- CRED (Centro di Ricerca Educativa e Didattica).
La struttura accademica offre al network il proprio supporto metodologico e scientifico per sostenere un progetto di sviluppo professionale degli insegnanti e partecipa a questa iniziativa nell’ambito delle proprie attività di ricerca pedagogica sulle metodologie qualitative  e a orientamento fenomenologico, focalizzate sulla narrazione delle pratiche professionali. Si tratta, quindi, di un rapporto di reciprocità di interessi.

Narrare e descrivere

Narrare non è descrivere. 

Descrivere è vedere l’azione da fuori.
Narrare è vedere l’azione da dentro.
Narrando si fa emergere il buon insegnamento.

Cosa narrare

Narrare:

– situazioni ed episodi della nostra vita professionale
– la relazione educativa: metodi e strategie dell’agire didattico
– storie di empatia ma anche di conflitto

Narrare quando se ne sente il bisogno, per chiarire a sé stessi l’andamento del proprio operato.

Dovremo produrre ‘narrazioni’:

– che costruiscano l’esperienza
– che trasferiscano l’ esperienza
– che rielaborino e ritrasformino l’esperienza attraverso l’osservazione
– che siano il riconoscimento dell’altro e del sé
– che costruiscano una comunità
– per lasciare traccia
– che possano essere per sé strumento di ricerca
– che uniscano il rigore scientifico del dire al coinvolgimento emotivo del raccontarsi

Come avviene il processo di formazione-apprendimento da parte dell’insegnante

Con l’approccio narrativo si apprende:

– nel dare forma (narrativa) alla propria esperienza
– nel riflettere mentre si narra
– nel riflettere da soli dopo aver narrato
– nel riflettere in gruppo anche con il supporto di un ‘tecnico’
– nel leggere le narrazioni (le esperienze) di altri
– nel riflettere sulle narrazioni di altri

Preferenze
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Progetto quaderni aperti. Raccolta e condivisione di memorie scolastiche

Obiettivi

Quaderni Aperti nasce con l’obiettivo di rendere disponibile sul web, con modalità open-source, un archivio partecipato di materiale scolastico in costante espansione, e di sviluppare progetti di ricerca e iniziative didattiche e di aggregazione utilizzandone i contenuti.

Le iniziative, sviluppate in collaborazione con compagnie di artisti, associazioni, biblioteche, musei, università, saranno un’occasione per favorire momenti di condivisione di memoria e dialogo intergenerazionale, e per costruire percorsi didattici innovativi dedicati a insegnanti e alunni delle scuole primarie e secondarie.

Il progetto è di natura partecipativa, non solo per quanto riguarda la raccolta archivistica, cui chiunque è invitato ad aderire donando o prestando i propri quaderni, ma anche perché prevede forme di collaborazione con organizzazioni o anche singole persone interessate all’uso dei contenuti dell’archivio.

la storia di un rapporto profondo tra una maestra ed una allieva: Maria e Dinushi, di Lea Melandri

Quanto contano i legami di sangue, e quanto gli incontri che si fanno nella vita? Un genitore biologico, che non si è fatto in tempo a conoscere, può restare nell’immaginario, nei pensieri segreti di un bambino, maschio o femmina che sia, ma a segnare in modo duraturo la sua individualità nel momento della maggiore dipendenza è inevitabile che siano le persone che se ne prendono cura, occupandosi materialmente e intellettualmente della sua crescita e della sua educazione.

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Danilo Dolci nel ricordo dei figli – da “Una città”

Danilo Dolci nel ricordo dei figli

danilo dolci

intervista ai figli di Danilo Dolci

da Una Città, rivista

 

TROVATELLI, FIGLI DI CARCERATI, I FAMOSI “CUGINI”
Un padre rigoroso, schietto, lavoratore instancabile, ma anche capace di giocare e divertirsi come un bambino con i figli; le passeggiate al mare all’alba, le gite in macchina per vedere come procedeva la diga; poi i digiuni, le manifestazioni, ma anche la paura che gli succedesse qualcosa; La “maieutica reciproca”, quella passione per le domande, che alimentava, anche nei figli, una curiosità inesauribile per la vita. Il ricordo di Danilo Dolci dei figli Libera, Amico, Chiara ed En.

Li­be­ra, Ami­co, Chia­ra ed En so­no fi­gli di Da­ni­lo Dol­ci e vi­vo­no a Pa­ler­mo.

La vo­stra era una fa­mi­glia nu­me­ro­sa già pri­ma che na­sce­ste…
Ami­co. La mam­ma ha in­con­tra­to pa­pà che già era ve­do­va con cin­que fi­gli. Era an­da­ta con la so­rel­la a la­vo­ra­re su al “Bor­go” co­me vo­lon­ta­ria. Lei fi­ni­va di sti­ra­re le co­se per i bam­bi­ni mol­to tar­di e pa­pà in­ve­ce si al­za­va pre­stis­si­mo per scri­ve­re, leg­ge­re, ec­ce­te­ra, co­sì fi­ni­va che a vol­te si in­con­tra­va­no. Si so­no co­no­sciu­ti, sti­ma­ti, in­na­mo­ra­ti e spo­sa­ti. Li­be­ra è sta­ta la pri­ma bam­bi­na do­po i cin­que fi­gli di Vin­cen­zi­na, ed è sta­ta una fe­sta per tut­to il pae­se. Beh, non pro­prio per tut­ti… il pre­te non li vo­le­va nean­che spo­sa­re!
Per­ché? Ma per­ché i rap­por­ti con una cer­ta Chie­sa era­no mol­to dif­fi­ci­li: era un mon­do po­co evan­ge­li­co e mol­to col­lu­so con la ma­fia; que­ste co­se si sa­pe­va­no e so­no or­mai ap­pu­ra­te.
Tra i pri­mi ri­cor­di del­la mia in­fan­zia c’è que­st’or­ti­cel­lo che ave­va­mo e che si an­naf­fia­va di se­ra. Ec­co, a par­te le con­ver­sa­zio­ni, la lu­na che ci te­ne­va com­pa­gnia, c’e­ra in sot­to­fon­do la mu­si­ca di Ba­ch. In ca­sa c’e­ra­no que­sti vec­chi gram­mo­fo­ni con i di­schi che du­ra­va­no non più di sei, set­te mi­nu­ti per la­to, per cui o Tu­ri, o Lu­cia­no, in­som­ma un bam­bi­no do­ve­va sta­re di tur­no e da­re la mol­la al gi­ra­di­schi. Que­sto con­tra­sto tra la mi­se­ria e la poe­sia, la mu­si­ca, l’ho sem­pre tro­va­to af­fa­sci­nan­te. Per me è sem­pre sta­ta un’im­ma­gi­ne bel­lis­si­ma. Ci si fa­ce­va for­za an­che gra­zie a que­ste co­se.
Poi ri­cor­do che la gen­te era sem­pre lie­ta, con­ten­ta di par­te­ci­pa­re al­le ma­ni­fe­sta­zio­ni, an­che se al­l’o­ri­gi­ne c’e­ra­no pro­ble­mi gra­vi: il bi­so­gno di scuo­le nuo­ve, l’o­spe­da­le, la fo­gna­tu­ra; ogni vol­ta, in quel­le oc­ca­sio­ni, ri­ve­de­va­mo gen­te fan­ta­sti­ca: Lu­cio Lom­bar­do Ra­di­ce, Car­lo Le­vi, Er­ne­sto Trec­ca­ni, as­sie­me a gen­te sem­pli­cis­si­ma e noi bam­bi­ni che ma­ga­ri, as­sie­me a Fran­co Ala­sio, ave­va­mo aiu­ta­to a di­pin­ge­re i car­tel­lo­ni con le ri­ven­di­ca­zio­ni, era­va­mo con­ten­ti di sta­re as­sie­me a gen­te so­li­da­le e al con­tem­po gio­via­le.
Mi ri­cor­do l’at­mo­sfe­ra qua­si di fe­sta e che do­po chie­de­va­mo con­to sia a Fran­co che a pa­pà: “Al­lo­ra, è ser­vi­to?”. Al tem­po del­la di­ga cen­ti­na­ia e cen­ti­na­ia di per­so­ne ave­va­no bloc­ca­to il can­tie­re per evi­ta­re ci fos­se­ro in­fil­tra­zio­ni, col­lu­sio­ni con la ma­fia, e il sin­da­ca­to, con die­tro il cen­tro stu­di, in­ter­rom­pe­va i la­vo­ri; per noi an­che que­sto era una fe­sta: an­da­re as­sie­me agli ope­rai la se­ra tar­di, dor­mi­re un po’ co­me si po­te­va, in qual­che bran­di­na. An­che fa­re i di­giu­ni. For­se chia­mar­li di­giu­ni è un po’ pre­sun­tuo­so, ma per bam­bi­ni di set­te, ot­to an­ni non man­gia­re a pran­zo per so­li­da­rie­tà era im­pe­gna­ti­vo. Ri­cor­do tan­tis­si­mi ope­rai, tan­tis­si­mi an­zia­ni che re­si­ste­va­no, lo­ro di­giu­na­va­no per quat­tro, cin­que gior­ni; e que­sto ha con­sen­ti­to di por­ta­re avan­ti i la­vo­ri del­la di­ga in ma­nie­ra as­so­lu­ta­men­te pu­li­ta.
Ri­cor­do che pa­pà ci chie­de­va se im­ma­gi­na­va­mo già il la­go in quel­la par­te di cam­pa­gna do­ve tal­vol­ta an­da­va­mo a pas­seg­gia­re e io den­tro di me pen­sa­vo: “Ce ne vuo­le di fan­ta­sia per ve­de­re un la­go qua!”, era emo­zio­nan­te ve­der cre­sce­re la di­ga con que­sti ca­mion­ci­ni che in lon­ta­nan­za sem­bra­va­no gio­cat­to­li a mo­vi­men­ta­re la ter­ra. Fa­ce­va­mo an­che del­le gi­te in mac­chi­na per ve­de­re quan­do si co­min­cia­va­no a chiu­de­re le sa­ra­ci­ne­sche e il ri­ga­gno­lo di­ven­ta­va un fiu­mi­cel­lo, e poi si al­za­va il li­vel­lo di que­sta gran­de poz­zan­ghe­ra che via via di­ven­ta­va un la­go e som­mer­ge­va le abi­ta­zio­ni. Quel ri­sul­ta­to, co­sì de­si­de­ra­to, ha con­tri­bui­to a crea­re in tut­ti noi la con­vin­zio­ne che cia­scu­no può, da so­lo o in­sie­me ad al­tri, pen­sa­re, in­ven­ta­re, or­ga­niz­za­re, e poi ve­de­re rea­liz­za­te cer­te co­se. Per me è qua­si una ga­ran­zia: se si vuo­le, se si cer­ca­no le giu­ste stra­de e le giu­ste mo­da­li­tà, il suc­ces­so è as­si­cu­ra­to.
Li­be­ra, tu sei la pri­mo­ge­ni­ta.
Li­be­ra. So­no la pri­ma del se­con­do round, di­cia­mo co­sì. De­vo an­che su­bi­to di­re che que­sto es­se­re la pri­ma di cin­que (e poi di set­te) fi­gli, se da un la­to mi ha re­spon­sa­bi­liz­za­to, dal­l’al­tro mi ha mol­to gra­ti­fi­ca­to, per­ché so­prat­tut­to pa­pà -la mam­ma era un po­chi­no più ri­ser­va­ta- non per­de­va oc­ca­sio­ne per far­mi sen­ti­re im­por­tan­te. Ec­co, que­sta sua at­ten­zio­ne, que­sto pren­der­si cu­ra dei più pic­co­li, di chi è più fra­gi­le mi è ri­ma­sto nel­la vi­ta; non a ca­so ho scel­to di fa­re l’in­se­gnan­te del­la scuo­la d’in­fan­zia.
Co­mun­que è ve­ro: sia­mo na­ti in una fa­mi­glia nu­me­ro­sa e io sin­ce­ra­men­te mi so­no sen­ti­ta ac­col­ta da un’af­fet­ti­vi­tà in­cre­di­bi­le che an­co­ra og­gi mi por­to den­tro. Io ero la pri­ma fem­mi­nuc­cia. Ma­schi era­no i fi­gli del­la mam­ma, e ma­schi era­no i ra­gaz­zi che mio pa­dre ave­va rac­col­to, fi­gli di car­ce­ra­ti, ecc., i fa­mo­si “cu­gi­ni”. Poi c’e­ra­no le zie, mol­to le­ga­te al­la mam­ma, so­prat­tut­to per la sua vi­cen­da: ve­do­va gio­va­nis­si­ma e con cin­que fi­gli.
Che ti­po di pa­dre era Da­ni­lo Dol­ci?
Li­be­ra. Era un pa­dre a vol­te se­ve­ro, o me­glio ri­go­ro­so, e mol­to fran­co. Per esem­pio, a 11 an­ni -non lo di­men­ti­che­rò mai- mi dis­se: “Ma Li­be­ra, se con­ti­nui a com­por­tar­ti co­sì, c’è il ri­schio che da gran­de di­ven­ti fa­sci­sta”. A 11 an­ni!
Per­ché co­sa ave­vi fat­to?
Li­be­ra. Per­ché vo­le­vo fa­re co­me fa­ce­va­no le mie com­pa­gnet­te, in­som­ma mi sta­vo com­por­tan­do co­me le pe­co­re, sen­za pen­sa­re con la mia te­sta, au­to­no­ma­men­te, fa­cen­do­mi tra­sci­na­re. È sta­to un col­po, pe­rò poi quel­la fra­se me la so­no di­ge­ri­ta, rie­la­bo­ra­ta, e ne ho ca­pi­to il sen­so. Ec­co, pa­pà pre­fe­ri­va es­se­re di­ret­to, chia­ro, dir­ti le co­se co­me le sen­ti­va.
En in­ve­ce è l’ul­ti­mo na­to.
Li­be­ra. Sì, io so­no la pri­ma, poi Cie­lo, Ami­co, Chia­ra, Da­nie­la, e in­fi­ne Se­re­no ed En, che so­no fi­gli di Elè­na.
Ave­te tut­ti no­mi mol­to par­ti­co­la­ri.
En. Tut­ti i no­stri no­mi so­no bel­lis­si­mi. Nel mio c’è pro­prio la cu­rio­si­tà di pa­pà. In quel pe­rio­do, la mam­ma e il pa­pà era­no in un’i­so­lot­to sve­de­se che si chia­ma Go­tland e pa­pà, con la sua estre­ma cu­rio­si­tà, chie­de­va i no­mi del­le co­se. A un cer­to pun­to ha vi­sto que­sto al­be­ro di gi­ne­pro e ne ha chie­sto il no­me. La mam­ma ha det­to: “En”. Lui è ri­ma­sto col­pi­to, gli è pia­ciu­to quel no­me, co­sì cor­to, for­te; vo­le­va sa­per­ne di più. En si­gni­fi­ca “uno” e al­lo­ra lui lo col­le­ga­va a qual­co­sa di in­te­ro, che non era rot­to e co­sì ha det­to: “Mi pia­ce, sa­reb­be un bel no­me”; un’i­dea su­bi­to con­di­vi­sa dal­la mam­ma.
Pa­pà mi ha tra­smes­so una cu­rio­si­tà per la vi­ta im­men­sa. Il suo era co­me un con­ti­nuo in­naf­fia­re at­tra­ver­so le do­man­de, ec­co la ma­ieu­ti­ca; que­sto poi ti aiu­ta­va a cer­ca­re in te stes­so ma an­che fuo­ri. Da pic­co­lo da­vo tut­to que­sto un po’ per scon­ta­to, poi con gli an­ni mi so­no ac­cor­to che non fun­zio­na co­sì; an­che an­dan­do a scuo­la mi so­no tro­va­to a pen­sa­re che que­sto in­ve­ce è il me­to­do che bi­so­gna ap­pli­ca­re sem­pre: non si do­vreb­be­ro im­por­re del­le in­for­ma­zio­ni, ben­sì ascol­ta­re il bi­so­gno che si ha di fron­te, per poi ve­de­re as­sie­me che co­sa si può sco­pri­re.
Era un la­vo­ra­to­re in­stan­ca­bi­le.
Chia­ra. Si vi­ve­va tut­to in ma­nie­ra in­ten­sa con pa­pà, an­che il rap­por­to con il la­vo­ro: lui si al­za­va al mat­ti­no pre­stis­si­mo. È sta­to un gran­dis­si­mo esem­pio per noi, an­che se io ho avu­to spes­so pau­ra per lui. Sa­pe­va­mo che c’e­ra una cer­ta do­se di pe­ri­co­lo, era­va­mo sta­ti pre­pa­ra­ti: non po­te­va­mo se­gui­re chiun­que ci vo­les­se in­vi­ta­re; il nu­me­ro del te­le­fo­no di ca­sa era se­gre­to, non lo da­va­mo e noi stes­si lo usa­va­mo so­lo per emer­gen­za.
An­che se era già sta­to mi­nac­cia­to, l’uf­fi­cio di pa­pà era sem­pre aper­to a tut­ti e chiun­que po­te­va en­tra­re, . Sic­co­me io an­da­vo a scuo­la il po­me­rig­gio, la mat­ti­na gli por­ta­vo la co­la­zio­ne. Pa­pà usci­va al­le quat­tro, a vol­te an­che pri­ma, e al­lo­ra, so­prat­tut­to d’in­ver­no, do­po qual­che ora ma­ga­ri ave­va bi­so­gno di qual­co­sa di cal­do. Al­lo­ra, ver­so le ot­to gli por­ta­vo mez­zo fi­lon­ci­no, un pez­zet­ti­no di pa­ne fre­sco e un ther­mos con un po’ di caf­fe­lat­te, e ogni vol­ta ero ter­ro­riz­za­ta per­ché le por­te era­no aper­te… Ave­va­mo vi­sto que­sti film sul­la ma­fia e mi era­no ri­ma­ste im­pres­se quel­le im­ma­gi­ni; co­sì quan­do en­tra­vo di­ce­vo: “Pa­pà? Pa­pà?”, e lui: “So­no qui amo­riz­za, so­no qui”. Quan­do lo sen­ti­vo po­te­vo ti­ra­re il fia­to, pen­sa­vo: “È an­da­ta be­ne an­che og­gi”.
È una co­sa che non gli ho mai det­to e che non ho rac­con­ta­to a nes­su­no, ma ero ve­ra­men­te ter­ro­riz­za­ta. Pen­sa­vo di es­se­re io trop­po ap­pren­si­va, poi mi ver­go­gna­vo, e co­mun­que non po­te­vo dir­lo, per­ché era una co­sa ne­ces­sa­ria, era giu­sto far­lo.
Dal­l’al­tra par­te fa­ce­va­mo tan­tis­si­me co­se bel­le as­sie­me: an­da­va­mo al ma­re a fa­re le pas­seg­gia­te, sul­le mon­ta­gne di Al­ca­mo a ve­de­re i ci­cla­mi­ni e i fio­ri che al­tri bam­bi­ni non ave­va­no la pos­si­bi­li­tà di ve­de­re. Pen­sa che a Par­ti­ni­co, che di­sta dal ma­re cir­ca ot­to chi­lo­me­tri, i com­pa­gni di clas­se non ave­va­no mai vi­sto il ma­re, in­ve­ce noi ci an­da­va­mo re­go­lar­men­te. A ca­sa di pa­pà non esi­ste­va la pa­ro­la va­can­za, per­ché era un tut­t’u­no: si la­vo­ra­va in­ten­sa­men­te, si fa­ce­va­no le ore di stu­dio, an­che a Na­ta­le e a Ca­po­dan­no e poi pe­rò si an­da­va al ma­re. Si stu­dia­va an­che la do­me­ni­ca. Pa­pà di­ce­va sem­pre: “I fi­gli dei con­ta­di­ni non fan­no va­can­za”.
Li­be­ra. Da un cer­to mo­men­to in poi, io ave­vo co­min­cia­to ad an­da­re con lui al­le quat­tro di mat­ti­na. Il pen­sie­ro di sta­re con pa­pà per me era bel­lis­si­mo. Lun­go il per­cor­so guar­da­va­mo le stel­le, pren­de­va­mo i gior­na­li, che a quel­l’o­ra ar­ri­va­va­no da Pa­ler­mo, lui mi rac­con­ta­va del­le sue co­se, io del­le mie… Poi lui la­vo­ra­va e io stu­dia­vo. A me pia­ce­va mol­tis­si­mo scri­ve­re, ero ap­pas­sio­na­ta dei clas­si­ci e lui mi ha in­se­gna­to tan­te co­se, in­fat­ti al li­ceo nei te­mi pren­de­vo die­ci. E tut­ti a di­re: “Hai un do­no di na­tu­ra, l’hai ere­di­ta­to da tuo pa­dre”. E io tra me e me a pen­sa­re: “Ma qua­le do­no?! Me lo so­no su­da­to!”. Per­ché die­tro c’e­ra tan­to la­vo­ro fat­to con pa­pà, la­vo­ro di scrit­tu­ra, di guar­da­re in­sie­me il fra­seg­gio, ma an­che di stu­dio dei te­sti. La mia in­se­gnan­te di Let­te­re ad esem­pio spie­ga­va Dan­te in una ma­nie­ra che me lo ha re­so in­sop­por­ta­bi­le. L’ho ri­sco­per­to con pa­pà. Lui mi ci­ta­va a me­mo­ria dei ver­si, fa­cen­do il vo­cio­ne quan­do im­per­so­na­va Cer­be­ro… Era mol­to gio­che­rel­lo­ne. I li­bri che ab­bia­mo let­to, nel­la no­stra ado­le­scen­za e fan­ciul­lez­za, non li ab­bia­mo mai let­ti per con­to del­la scuo­la, an­zi. La scuo­la un po­co ci li­mi­ta­va. Lui, co­me di­ce­va be­ne En, ci ha pro­prio in­se­gna­to la cu­rio­si­tà.
Vi trat­ta­va da gran­di.
Chia­ra. Da pic­co­li mi ri­cor­do che ognu­no ave­va una pro­pria scri­va­nia; io e Da­nie­la di­vi­de­va­mo la stan­za e Li­be­ra ave­va la stan­za da so­la. Ci di­ce­va: “Ades­so ave­te del tem­po a di­spo­si­zio­ne, ognu­no lo usi per sé, per pen­sa­re”. Io ero mol­to pic­co­la e mi di­ce­vo: “Be­ne, ades­so de­vo pen­sa­re, ma a co­sa de­vo pen­sa­re?!”.
An­che nel­la quo­ti­dia­ni­tà, ognu­no ave­va un pro­prio com­pi­to in ca­sa.
No­no­stan­te tut­ti gli im­pe­gni era mol­to pre­sen­te co­me pa­dre.
Chia­ra. Sì, e gio­ca­va mol­to con noi.
Li­be­ra. Pe­rò le re­go­le era­no chia­re. E non ve­ni­va­no nean­che det­te, ve­ni­va­no agi­te. An­che il fat­to che noi fos­si­mo ma­schi e fem­mi­ne non si­gni­fi­ca­va nien­te, ri­spet­to al fat­to che a tur­no la­va­va­mo i piat­ti, a tur­no ap­pa­rec­chia­va­mo, e ognu­no si fa­ce­va il pro­prio let­to. Non è che lui o la mam­ma ci di­ces­se: “Og­gi ri­fa­te il let­to”, o: “Og­gi la­vi i piat­ti”, era­no, co­me po­trei chia­mar­le, del­le re­go­le im­pli­ci­te che noi ave­va­mo ap­pre­so at­tra­ver­so il lo­ro esem­pio. Que­sto ov­via­men­te non si­gni­fi­ca che fos­si­mo fe­li­ci e con­ten­ti di la­va­re i piat­ti, so­prat­tut­to per 30-40 per­so­ne, as­so­lu­ta­men­te no! Pe­rò poi è di­ven­ta­to un ha­bi­tus, uno sti­le di vi­ta.
C’e­ra sem­pre que­sto “ri­go­re”, ma poi lui era il pri­mo che, per esem­pio, si met­te­va sot­to il ta­vo­lo e imi­ta­va il ca­ne, men­tre chie­de­va a me di imi­ta­re la muc­ca e a mia so­rel­la Chia­ra di imi­ta­re un’a­mi­ca no­stra che ve­ni­va dal­la Sve­zia. In­som­ma ci di­ver­ti­va­mo tan­to. An­che al ma­re, noi ab­bia­mo im­pa­ra­to su­bi­to a nuo­ta­re, al­lo­ra lui fa­ce­va da tram­po­li­no e ci fa­ce­va fa­re i tuf­fi… e poi ci rac­con­ta­va­mo le bar­zel­let­te, so­prat­tut­to Ami­co ne in­ven­ta­va… E poi la mu­si­ca: ne fa­ce­va­mo di tut­ti i co­lo­ri, bat­ten­do co­per­chi, sfre­gan­do grat­tu­gie, e lui era il pri­mo a di­ver­tir­si.
Chia­ra. Spes­so non c’e­ra per­ché viag­gia­va tan­tis­si­mo, ma quan­do c’e­ra era mol­to pre­sen­te. Quan­do ab­bia­mo co­min­cia­to a fa­re mu­si­ca, ve­ni­va a tut­te le le­zio­ni per­ché era in­te­res­sa­tis­si­mo. Pen­so che a que­sta co­sa ci te­nes­se in mo­do par­ti­co­la­re, che fa­ces­si­mo mu­si­ca. Ri­cor­do che al­le me­die, quan­do tor­na­vo da scuo­la, lo tro­va­vo che ri­po­sa­va un po­co pri­ma di ri­tor­na­re al la­vo­ro al cen­tro e al­lo­ra mi di­ce­va: “Suo­nia­mo in­sie­me”, e cer­te vol­te io mo­ri­vo di fa­me, pe­rò poi, cre­scen­do, ri­pen­san­do­ci mi so­no det­ta: “Ma chi glie­lo fa­ce­va fa­re di de­di­ca­re tem­po a una ra­gaz­zi­na prin­ci­pian­te con il suo vio­li­no?”.
Lui che stru­men­to suo­na­va?
Chia­ra. L’or­ga­no. Ave­va stu­dia­to con l’or­ga­ni­sta al Duo­mo di Mi­la­no. Lui ci te­ne­va tan­tis­si­mo a far mu­si­ca. Ri­cor­do che cer­te mat­ti­ne con la mam­ma an­da­va­mo a fa­re la spe­sa e pas­sa­va­mo da­van­ti a que­sta chie­sa do­ve pa­pà ave­va il per­mes­so di an­da­re ogni tan­to a suo­na­re l’or­ga­no… era im­pres­sio­nan­te sen­ti­re que­sto suo­no im­men­so. Era bra­vo, ave­va an­che una buo­na pri­ma vi­sta. D’al­tra par­te in qual­sia­si co­sa si ci­men­tas­se lo fa­ce­va con gran­de im­pe­gno. A un cer­to pun­to ci fu una riu­nio­ne fa­mi­lia­re in cui si pre­se la de­ci­sio­ne di com­pra­re un or­ga­no con due ta­stie­re, elet­tri­co, co­sì lui ogni do­me­ni­ca mat­ti­na ci sve­glia­va con “La fu­ga di Ba­ch”. Era bra­vo per­ché suo­na­va pro­prio con la pe­da­lie­ra… i ve­tri vi­bra­va­no tut­ti!
Ri­guar­do lo stu­dio, era esi­gen­te?
Ami­co. Già al­la scuo­la ele­men­ta­re io ho avu­to al­ti e bas­si. In pri­ma ele­men­ta­re ave­vo que­sta mae­stra, qua­si non­na, una chioc­cia a cui io ero af­fe­zio­na­tis­si­mo. Uno de­gli epi­so­di che me l’a­ve­va­no fat­ta am­mi­ra­re tan­tis­si­mo è che un gior­no io son­nec­chia­vo vi­si­bil­men­te, pro­prio con la te­sta ap­pog­gia­ta a un brac­cio; son­nec­chia­vo, ma qual­co­sa sen­ti­vo; a un cer­to pun­to uno dei miei com­pa­gni di­ce: “Mae­stra, mae­stra, Dol­ci dor­me”, e io a pen­sa­re che mi avreb­be rim­pro­ve­ra­to e lei, in­ve­ce: “Sa­rà stan­co, la­scia­te­lo dor­mi­re!”. In se­con­da e ter­za ele­men­ta­re dei mae­stri tre­men­di, uno si­cu­ra­men­te fa­sci­sta che ci pic­chia­va con la bac­chet­ta. Un gior­no l’ho det­to a pa­pà che non ci cre­de­va. Era­va­mo a me­tà an­ni Ses­san­ta: pa­pà ven­ne a scuo­la e non so co­sa si sia­no det­ti, pe­rò non è mai più suc­ces­so. In quar­ta e quin­ta ele­men­ta­re in­ve­ce ave­va­mo un mae­stro gio­va­nis­si­mo, gra­zie al qua­le al­l’im­prov­vi­so tut­ta la clas­se era di­ven­ta­ta bra­vis­si­ma.
Era un ra­gaz­zo mo­ti­va­to, ave­va fat­to la scel­ta del me­stie­re per pas­sio­ne; al­l’i­ni­zio l’a­ve­va­mo pre­so un po’ per un ton­to­lo­ne, uno a cui po­te­va­mo fa­re di tut­to per­ché non ci rim­pro­ve­ra­va né ci pic­chia­va. In­ve­ce era bra­vis­si­mo, ci ap­pas­sio­na­va. Usa­va il re­gi­stra­to­re per in­se­gnar­ci la sto­ria. Io un gior­no ero di­ven­ta­to Lui­gi XVI e c’e­ra la com­pa­gnet­ta che fa­ce­va la re­gi­na e poi ascol­ta­va­mo que­ste no­stre re­gi­stra­zio­ni e lui fa­ce­va il ga­lop­po del ca­val­lo e gli al­tri suo­ni, in­cre­di­bi­le! Quan­do ci in­ter­ro­ga­va sa­pe­va­mo tut­to. Poi ci fa­ce­va fa­re del­le co­suc­ce in le­gno, pian­ta­re i se­mi­ni e ci spie­ga­va co­me fun­zio­na­va­no le fo­glie; era un pic­co­lo la­bo­ra­to­rio.
Al­la scuo­la me­dia pun­to e a ca­po: non mi en­tu­sia­sma­va. Poi c’e­ra il fat­to del­l’e­so­ne­ro dal­la re­li­gio­ne. Pa­pà avreb­be do­vu­to ve­ni­re a scuo­la; fi­gu­ra­ti! An­da­va a la­vo­ra­re sem­pre più pre­sto, tor­na­va a ca­sa al­le un­di­ci per man­gia­re e ri­po­sa­re per tre quar­ti d’o­ra. Pen­sa che quan­do si al­za­va, si ri­fa­ce­va la bar­ba per­ché or­mai la pri­ma gior­na­ta era an­da­ta via, e tor­na­va in uf­fi­cio.
Un gior­no lo ve­do che spun­ta con il gior­na­le: “Do­v’è che de­vo an­da­re?”. “Pa­pà ti ac­com­pa­gno”. In­con­tria­mo que­sta per­so­na che gli dà le istru­zio­ni: “Ec­co il mo­du­lo, scri­va qua, Il­lu­stris­si­mo Si­gnor Pre­si­de…”. “Ma qua­le il­lu­stris­si­mo, ma chi lo co­no­sce?!?”. Io te­me­vo suc­ce­des­se un dram­ma, in­ve­ce poi con il pre­si­de so­no di­ven­ta­ti ami­cis­si­mi.
Li­be­ra. Con que­sto fat­to di non es­se­re bat­tez­za­ti, a scuo­la ave­va­mo un po’ di dif­fi­col­tà con i com­pa­gnet­ti, ma so­prat­tut­to con i ge­ni­to­ri dei com­pa­gnet­ti. Mi ri­cor­do che ero in se­con­da me­dia, se­du­ta in ban­co con la mia ami­ca del cuo­re -a quel­l’e­tà le co­se ti ri­man­go­no den­tro, in­de­le­bi­li- e a un cer­to pun­to bus­sa­no al­la por­ta ed en­tra la mam­ma di que­sta ami­chet­ta, che di­ce da­van­ti a tut­ta la clas­se: “Pro­fes­so­res­sa, non c’a mit­tis­se ’a Dol­ci vi­ci­no a mi fig­ghia, per­ché lo­ro so­no por­ci”, per­ché il non es­se­re cri­stia­ni al­l’e­po­ca era una di­sgra­zia. Cin­quan­t’an­ni fa, a Par­ti­ni­co era­no que­ste le co­se im­por­tan­ti del­la vi­ta: il bat­te­si­mo, il ma­tri­mo­nio. Puoi im­ma­gi­na­re…
Ami­co. Per tor­na­re al­lo stu­dio, a me non in­te­res­sa­va un gran­ché, pe­rò in que­sto sen­ti­vo qua­si la com­pli­ci­tà di pa­pà. Mi di­ce­va: “Vab­bé, un po’ di pa­zien­za, fai il mi­ni­mo in­di­spen­sa­bi­le co­sì poi sei li­be­ro”.
Quan­do in­ve­ce mi so­no iscrit­to al con­ser­va­to­rio, nean­che mi ac­cor­ge­vo di quan­to tem­po pas­sas­si a stu­dia­re e a eser­ci­tar­mi. Il flau­to era pro­prio una pas­sio­ne. Da lì in poi pa­pà non si è più pre­oc­cu­pa­to, an­zi mi di­ce­va: “Vab­bé, ma non stu­dia­re trop­po!”.
Co­mun­que è ve­ro, con lui non esi­ste­va do­me­ni­ca o va­can­za. Per di­re, po­te­va ca­pi­ta­re di an­da­re al ma­re an­che al­le quat­tro di mat­ti­na, per­ché pa­pà ave­va quel­la gior­na­ta li­be­ra e lo po­te­va fa­re.
Ami­co. Al­le quat­tro il ma­re è cal­mo e al­le no­ve, quan­do si fa­ce­va gros­so, si rien­tra­va.
Chia­ra. Ave­va­mo an­che il ri­to del pri­mo ba­gno, che si fa­ce­va a Pa­squa: qua­lun­que fos­se il tem­po si fa­ce­va il ba­gno, an­che in mez­zo ai ful­mi­ni.
Ami­co. Que­sto pia­ce­re di sta­re tut­ti al ma­re o in cam­pa­gna, ma an­che in mon­ta­gna, era qual­co­sa di estra­neo ai no­stri com­pa­gni di scuo­la; per lo­ro la cam­pa­gna era sol­tan­to il la­vo­ro, la fa­ti­ca… Ri­cor­do che al­le ele­men­ta­ri do­vet­ti an­ch’io fa­re il te­ma “Il la­vo­ro del mio bab­bo”. A par­te che io non ave­vo ca­pi­to cer­ti vo­ca­bo­li, co­me “so­cio­lo­go”, co­mun­que non sa­pe­vo de­scri­ve­re l’at­ti­vi­tà di pa­pà; in­vi­dia­vo il fi­glio del fa­le­gna­me, del ma­cel­la­io, del far­ma­ci­sta, e quin­di ero ar­ri­va­to al­la con­clu­sio­ne: “Pa­pà è uno che aiu­ta gli al­tri…”, ma que­sto è un me­stie­re?
Chia­ra. Da pa­pà ab­bia­mo im­pa­ra­to un gran­de ri­spet­to per i con­ta­di­ni e per tut­te le per­so­ne che la­vo­ra­no du­ra­men­te. Ri­cor­do que­sto pe­sca­to­re che era sta­to in Ala­ska e che ave­va una straor­di­na­ria co­no­scen­za del cie­lo e pa­pà gli ave­va fat­to or­ga­niz­za­re un se­mi­na­rio sul­le stel­le.
Ami­co. Per pa­pà quel­lo che con­ta­va era di fa­re be­ne le co­se; ci di­ce­va sem­pre: “Qual­sia­si co­sa, io so­no con voi”. Po­te­va con­di­vi­de­re qual­sia­si scel­ta, di stu­dio, di vi­ta, pur­ché fa­ces­si­mo le co­se al me­glio.
Chia­ra. Per lui con­ta­va­no l’im­pe­gno, la pre­pa­ra­zio­ne se­ria e ap­pro­fon­di­ta; il di­plo­ma, il pez­zo di car­ta era­no pro­prio una co­sa che non gli in­te­res­sa­va per nien­te.
Che rap­por­ti ave­va­te con i fi­gli del pri­mo ma­tri­mo­nio di vo­stra ma­dre?
Ami­co. Ri­cor­do uno dei pri­mi Na­ta­li in cui era­va­mo “so­lo” noi, cioè i die­ci fi­gli di mam­ma e le pri­me fi­dan­za­ti­ne (ov­via­men­te coi ri­spet­ti­vi ge­ni­to­ri al­tri­men­ti non sa­reb­be­ro ve­nu­te!); era­va­mo tren­ta­due a ta­vo­la.
Ave­va­mo un ot­ti­mo rap­por­to con tut­ti. A me da­va mol­to fa­sti­dio, quan­do an­da­va­mo al­le scuo­le ele­men­ta­ri, sen­tir di­re “fra­tel­la­stri”. Noi poi ave­va­mo tan­tis­si­mi cu­gi­ni che in se­gui­to chie­den­do al­la mam­ma: “Ma in che sen­so Ti­zio è cu­gi­no no­stro?”, ab­bia­mo sa­pu­to che in ef­fet­ti non era­no cu­gi­ni, ma tro­va­tel­li, or­fa­ni, che te­ne­va­no al “Bor­go”… Ri­guar­do ai fi­gli di Vin­cen­zi­na, io ho sem­pre avu­to un rap­por­to più per­so­na­le con il più gran­de, Tu­ri, e con il più pic­co­lo, Lu­cia­no; gli al­tri era­no in Sviz­ze­ra e in Ger­ma­nia; poi c’e­ra Pi­no, che è ve­nu­to a man­ca­re mol­to gio­va­ne. Con Lu­cia­no fac­cia­mo del­le co­se in­sie­me per il “Bor­go”, con gli al­tri ci sia­mo un po’ per­si di vi­sta. Ora pe­rò ab­bia­mo re­cu­pe­ra­to al­la Si­ci­lia En. Se­re­no è ri­ma­sto in Sve­zia.
Voi sie­te im­pe­gna­ti, so­prat­tut­to con il Cen­tro per lo Svi­lup­po Crea­ti­vo “Da­ni­lo Dol­ci”, a far co­no­sce­re quel suo me­to­do co­sì par­ti­co­la­re.
Ami­co. So­no pas­sa­ti se­di­ci an­ni da quan­do pa­pà non c’è più. Io ho avu­to un rap­por­to mol­to bel­lo con pa­pà, schiet­to, di­ret­to, sin­ce­ris­si­mo. Ci ha uni­to an­che la mu­si­ca, la poe­sia e in età adul­ta uno stret­to rap­por­to di col­la­bo­ra­zio­ne: ab­bia­mo fat­to mol­ti viag­gi in­sie­me per rac­co­glie­re fon­di, an­che al­l’e­ste­ro. Que­sto mi da­va la pro­por­zio­ne del suo im­pe­gno. Ab­bia­mo sem­pre sa­pu­to che nes­su­no di noi sa­reb­be sta­to in gra­do di fa­re ciò che fa­ce­va lui, an­che per la me­mo­ria che ave­va, per la sua ca­pa­ci­tà di ela­bo­ra­zio­ne, di met­te­re in re­te le per­so­ne, pe­rò il prin­ci­pio di met­ter­si in­sie­me, di pro­get­ta­re e rea­liz­za­re, an­che se con nuo­vi stru­men­ti, noi l’ab­bia­mo adot­ta­to e, per quan­to è pos­si­bi­le, og­gi lo ab­bia­mo mol­ti­pli­ca­to. Ve­den­do co­sa suc­ce­de­va a Par­ti­ni­co e a Trap­pe­to ne­gli an­ni 60, 70, il “Bor­go”, il cen­tro edu­ca­ti­vo di Mir­to, mi chie­de­vo -e ne par­la­vo an­che con pa­pà- quan­to con­tas­se il fat­to che ci fos­se una per­so­na ca­ri­sma­ti­ca, pro­prio aven­do pre­sen­te il ri­schio che do­po di lui po­tes­se crol­la­re tut­to. In­ve­ce quel­la mo­da­li­tà, quel­la ma­ieu­ti­ca re­ci­pro­ca, l’au­toa­na­li­si po­po­la­re de­gli an­ni Ses­san­ta, si è ri­ve­la­ta pie­na­men­te ri­pro­po­ni­bi­le an­che da par­te no­stra, an­che se ho im­pie­ga­to due an­ni a tro­va­re il co­rag­gio di pro­var­ci. Ades­so ho smes­so di suo­na­re; mi de­di­co a tem­po pie­no a tut­to que­sto, sen­za con­si­de­rar­lo né un van­to, né un ob­bli­go, né un’e­re­di­tà. L’ap­proc­cio è sem­pre: co­sa c’è da fa­re? In quan­ti sia­mo? Be­ne, rim­boc­chia­mo­ci le ma­ni­che. Po­ter por­ta­re avan­ti que­sta co­sa è una gran­dis­si­ma sod­di­sfa­zio­ne. Mi sa­reb­be di­spia­ciu­to mol­tis­si­mo che, non es­sen­do­ci più pa­pà e Fran­co Ala­sio, ri­ma­nes­se cer­to il ri­cor­do, l’am­mi­ra­zio­ne, e pe­rò che tut­to si fer­mas­se lì. In­ve­ce og­gi quel me­to­do vie­ne adot­ta­to in pae­si e con­te­sti com­ple­ta­men­te di­ver­si: Olan­da, Ger­ma­nia, Pa­le­sti­na.
Di­ce­vi che il me­to­do di Da­ni­lo Dol­ci è sta­to adot­ta­to per­fi­no dai po­li­ziot­ti olan­de­si. Puoi rac­con­ta­re?
Ami­co. Noi la­vo­ria­mo con tan­tis­si­me scuo­le, dal­le ele­men­ta­ri al­l’u­ni­ver­si­tà, ma so­prat­tut­to li­cei. Non ci pro­vo nean­che a spie­ga­re co­s’è il la­bo­ra­to­rio ma­ieu­ti­co, per­ché bi­so­gna far­ne espe­rien­za. Il fat­to è che, an­che mol­ti­pli­can­do le oc­ca­sio­ni, si ar­ri­va fi­no a un cer­to pun­to; ci in­te­res­sa­va la pos­si­bi­li­tà che qual­cu­no, in­con­tran­do­ci una pri­ma vol­ta, pro­get­tas­se in­sie­me a noi una se­rie di la­bo­ra­to­ri da pro­por­re poi ad al­tri, so­prat­tut­to nel­l’am­bi­to del­la for­ma­zio­ne de­gli adul­ti. Be­ne, ab­bia­mo fat­to un pro­get­to e nel gi­ro di due an­ni il ri­sul­ta­to è sta­to che, in Olan­da, un bra­vis­si­mo pro­fes­so­re di so­cio­lo­gia ha cam­bia­to il suo cor­so di stu­di con­cen­tran­do­lo sul­l’e­du­ca­zio­ne non vio­len­ta, quin­di Pao­lo Frei­re, Al­do Ca­pi­ti­ni, Ma­ria Mon­tes­so­ri e Da­ni­lo Dol­ci.
Co­sì ab­bia­mo sco­per­to che tra i suoi al­lie­vi c’e­ra un po­li­ziot­to che a sua vol­ta ha pro­po­sto di spe­ri­men­ta­re il me­to­do ma­ieu­ti­co ai suoi com­pa­gni del­la pat­tu­glia, del­la mo­bi­le. Ha det­to: “Ma per­ché non pro­via­mo an­che noi ad an­da­re in que­sto quar­tie­re dif­fi­ci­le e a chie­de­re a lo­ro co­sa si do­vreb­be fa­re”.
Me l’ha rac­con­ta­to per­so­nal­men­te. Ogni vol­ta che en­tra­va­no in que­sti quar­tie­ri, si ri­tro­va­va­no con la mac­chi­na de­va­sta­ta da pie­tra­te, spran­ga­te, ec­ce­te­ra. Ol­tre­tut­to non riu­sci­va­no a ge­sti­re la si­tua­zio­ne. Co­sì si so­no mes­si a chie­de­re ai ra­gaz­zi­ni, an­che di 12-13 an­ni: “Se suc­ce­de un gua­io, voi co­sa ci con­si­glia­te di fa­re? Co­sa pen­sa­te do­vrem­mo fa­re vi­sto che non va be­ne quel­lo che ab­bia­mo fat­to fi­no­ra?”. Que­sto ha ge­ne­ra­to in­tan­to il fat­to che do­po un pa­io di set­ti­ma­ne la mac­chi­na ri­ma­ne­va il­le­sa, non ave­va più bi­so­gno del car­roz­zie­re, ma le au­to­ri­tà, sen­ten­do que­ste re­la­zio­ni, han­no fi­nan­zia­to una spe­ri­men­ta­zio­ne per rea­liz­zar­lo nel­l’in­te­ra con­tea!
Que­st’an­no ave­te fe­steg­gia­to la ria­per­tu­ra del Bor­go di Trap­pe­to.
Ami­co. So­no due an­ni che tut­ti noi, an­che i fa­mi­lia­ri, ci stia­mo im­pe­gnan­do in que­sta co­sa. Il Cen­tro stu­di ave­va ven­du­to il “Bor­go” nel 1996, un an­no pri­ma che pa­pà non ci fos­se più. L’a­ve­va ac­qui­sta­to una coo­pe­ra­ti­va, che pe­rò non ha mai ot­te­nu­to i fi­nan­zia­men­ti per ri­strut­tu­rar­lo e quin­di sta­va an­dan­do in ro­vi­na. Noi ave­va­mo an­che pro­va­to a ca­pi­re se po­te­va­mo in qual­che mo­do in­ter­ve­ni­re, da­re una ma­no, ma sen­za ri­sul­ta­ti. A un cer­to pun­to ab­bia­mo sco­per­to che la coo­pe­ra­ti­va era fal­li­ta. Ma la ve­ra sor­pre­sa è sta­ta un’al­tra: sic­co­me il com­pro­mes­so di ven­di­ta non era sta­to com­ple­ta­to, gli av­vo­ca­ti han­no det­to che noi, in quan­to ere­di, era­va­mo ri­tor­na­ti in pos­ses­so del be­ne. Fi­gu­ra­ti, ci sia­mo su­bi­to det­ti: “Beh, al­lo­ra dob­bia­mo rim­boc­car­ci le ma­ni­che!”. Co­sì, gra­zie a un ban­do del­la “Fon­da­zio­ne con il Sud” che ha stan­zia­to una ci­fra im­por­tan­te, al Cen­tro per lo Svi­lup­po Crea­ti­vo “Da­ni­lo Dol­ci”, a Ce­sie, Li­be­ra e al Co­mu­ne di Trap­pe­to, l’ab­bia­mo re­stau­ra­to e ri­mes­so in fun­zio­ne e ora al bor­go tor­ne­ran­no a es­ser­ci in­con­tri e la­bo­ra­to­ri.
Gli ul­ti­mi an­ni di vo­stro pa­dre?
Chia­ra. Gli ul­ti­mi an­ni lui vi­ve­va da so­lo. Era sem­pre mol­to im­pe­gna­to. Se­re­no, a di­ciot­to an­ni, era ve­nu­to in Si­ci­lia, ave­va bi­so­gno di ri­tro­var­si, tro­va­re pa­pà, star­gli vi­ci­no. Si era iscrit­to al li­ceo ar­ti­sti­co. Quan­do pa­pà par­ti­va lui ve­ni­va a sta­re a ca­sa no­stra o a ca­sa di Li­be­ra.
Quan­do pa­pà c’e­ra gli pro­po­ne­va­mo: “Ve­nia­mo a tro­var­ti?”. Era­va­mo tut­ti mol­to li­be­ri, non c’e­ra il do­ve­re né del­la do­me­ni­ca, né del Na­ta­le. Lo chia­ma­va­mo: “Pa­pà, ti ve­nia­mo a tro­va­re, ci sei? Co­sa por­tia­mo? Pre­pa­ria­mo qual­che co­sa?”. “Che ne di­ci di un ri­sot­to?”. E co­sì ci si ri­tro­va­va.
Pa­pà poi al­la fi­ne ci di­ce­va gra­zie per es­se­re an­da­ti a tro­var­lo, di es­se­re sta­ti in­sie­me. Era­no qua­si sem­pre del­le riu­nio­ni: ognu­no rac­con­ta­va le ul­ti­me espe­rien­ze fat­te, si par­la­va di la­vo­ro. A vol­te gli chie­de­va­mo: “Pa­pà, hai bi­so­gno di qual­co­sa, pren­di me­di­ci­ne? Fai i con­trol­li?”. “No, no, tut­to a po­sto”. Sa­pe­va­mo che lui era mol­to for­te, ci fi­da­va­mo. Ab­bia­mo sba­glia­to.
Nel­l’ul­ti­mo pe­rio­do era an­da­to in Ci­na con Se­re­no e En. Quan­do è tor­na­to si è pre­so una bron­co­pol­mo­ni­te. Il fat­to è che non si cu­ra­va; noi a in­si­ste­re: “Pa­pà, vai, con­trol­la­ti… ti por­tia­mo in ospe­da­le”, “No, no, si ri­sol­ve!”. In­som­ma, si è tra­scu­ra­to. Poi lui non ce l’a­ve­va det­to, ma ave­va il dia­be­te. Al­la fi­ne la co­sa è di­ven­ta­ta più com­pli­ca­ta ed è pre­ci­pi­ta­ta.
Nel­l’ul­ti­mo pe­rio­do Li­be­ra e Ami­co si so­no de­di­ca­ti tan­tis­si­mo a lui, pro­prio fa­ce­va­no tur­ni di do­di­ci ore. Tur­ni este­nuan­ti per­ché lui pen­sa­va sem­pre e so­lo al la­vo­ro; in ospe­da­le fir­ma­va e se ne an­da­va, per­ché lui ave­va i suoi im­pe­gni…
Li­be­ra. Per lui il la­vo­ro si­gni­fi­ca­va in­con­tro con le per­so­ne e vo­le­va ri­spet­ta­re a tut­ti i co­sti gli im­pe­gni che ave­va pre­so.
Ami­co. For­se que­sto è sta­to l’u­ni­co gran­de ve­ro con­flit­to con pa­pà. Nel­l’ul­ti­mo an­no lui pro­prio non com­mi­su­ra­va l’im­pe­gno e il la­vo­ro che de­si­de­ra­va fa­re con le sue con­di­zio­ni di sa­lu­te. Co­sì, adot­tan­do una mo­da­li­tà che lui stes­so ci ave­va in­se­gna­to, in una riu­nio­ne noi fi­gli, tut­ti in­sie­me, ave­va­mo de­ci­so che lui non avreb­be fat­to un viag­gio se non do­po es­ser­si cu­ra­to, met­ten­do in at­to pro­prio una for­ma di “non col­la­bo­ra­zio­ne”. Lui un po’ lo ca­pi­va, e ca­pi­va con che af­fet­to lo fa­ce­va­mo, ma era più for­te di lui. Quel viag­gio non l’ha fat­to, ma ne ha fat­ti al­tri. Per due vol­te è usci­to dal­l’o­spe­da­le con la sua va­li­get­ta da so­lo, a pie­di, do­po es­ser­ci en­tra­to con l’am­bu­lan­za.
Chia­ra. Il 26 di­cem­bre 1997 c’è sta­ta una riu­nio­ne, un pran­zo di la­vo­ro in­sie­me al sin­da­co Gi­gia Can­niz­zo, e a Be­ne­det­to Ze­no­ne, a Par­ti­ni­co. È mor­to tre gior­ni do­po. Ma era an­co­ra nel pie­no del­l’im­pe­gno e del­la sua at­ti­vi­tà. In fon­do ave­va 73 an­ni, era gio­va­ne.
Ami­co. Lui fi­si­ca­men­te era mol­to for­te, fra l’al­tro da gio­va­ne era sta­to piut­to­sto spor­ti­vo. Ogni due-tre an­ni, fa­ce­va un ot­ti­mo check-up in Sviz­ze­ra o da qual­che al­tra par­te, per cui ca­la­va mol­to di pe­so, ri­pren­de­va ener­gie, era ve­ra­men­te un mo­to­re nuo­vo che ri­co­min­cia­va. Ma quel­la vol­ta pro­prio non ce l’ha fat­ta. È ve­ro, era gio­va­ne, pe­rò ha vis­su­to una vi­ta bel­lis­si­ma.
(a cu­ra di Bar­ba­ra Ber­ton­cin e Bet­ti­na Foa.
Per le fo­to rin­gra­zia­mo l’ar­chi­vio del Cen­tro
per lo svi­lup­po crea­ti­vo Da­ni­lo Dol­ci)

Lorenzo Milani: testimonianze degli allievi di Barbiana – video

L’unità audiovisiva propone un bilancio dell’esperienza maturata nella scuola di Barbiana a circa trent’anni di distanza dalla morte di Don Lorenzo Milani (Firenze 1923-1967). Gli ex allievi testimoniano l’influenza che la loro appartenenza alla scuola di Barbiana e la vicinanza al sacerdote hanno avuto sulle successive scelte professionali ed esistenziali.

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