Giusi Quarenghi sulla scuola di Peio

Posted on 23 maggio 2012 by Andrea Sola

Peio a scuola.

Il racconto/intervista che la scrittrice Giusi Quarenghi fa del suo incontro con la scuola di Peio avvenuto il 3 maggio 2011

SCUOLA DI MONTAGNA, SCUOLA PICCOLA, PLURICLASSI: MODELLI SCOLASTICI CHE SUSCITANO OPINIONI DISCORDANTI, A VOLTE ANTITETICHE. CHE NE PENSI?

Sono di parte, lo dichiaro subito. Vengo da una pluriclasse di montagna, anni ’50, nella quale credo di aver imparato, in cinque anni, a leggere, scrivere, far di conto, rileggere e correggere, fare e rifare, provare e riprovare, cantare, disegnare, stare insieme e da sola, arrivare prima e arrivare dopo, portare pazienza e farla portare, aguzzare l’ingegno e provare a farla franca, copiare e no, capire la differenza tra le parole, come cambia la lingua, a parlarla, a scriverla, a leggerla… L’esperienza che ne ho avuto alimenta in me uno sguardo amichevole e fiducioso. Così considero questi modi di fare scuola non relitti del passato da lasciare indietro quanto prima, ma piuttosto esperienze pioniere, vocazionalmente pioniere, capaci di stare e essere in situazioni particolari ed eccezionali. Si dice che l’eccezione confermi la regola. Vale anche in questo campo, a mio parere. Situazioni ambientali, climatiche, sociali oggettivamente eccezionali sfidano la scuola a inventarsi e ad essere scuola nonostante e grazie a queste condizioni eccezionali. Rendere praticabile l’eccezionalità è la loro forza e la loro legittimità. E dove c’è consapevolezza, la scuola diventa presidio di un territorio, in senso lato, di una comunità allargata, che sperimenta e genera conoscenza, saperi e più solidarietà che conflitto tra le generazioni. La scuola fa corpo con la comunità, insieme crescono, conservandosi e trasformandosi. E il gruppo può trarre giovamento dalla disomogeneità, anche anagrafica; c’è più posto per i tempi di ognuno e nell’arco lungo dei cinque anni (meno frantumato nella miriade delle verifiche sui tempi brevi) c’è una buona probabilità che arrivino tutti e si consolidino quei fondamentali sui quali costruire tanti saperi, compresi il saper imparare, il saper vivere, il saper fare.

 

GIUSI A PEIO, PERCHE’?

 

Per un incontro tra colleghi. Sono venuta a incontrare un gruppo di colleghi, tra i 6 e gli 11 anni, che hanno una bella e confidente consuetudine con il leggere e con lo scrivere, da soli e insieme, per compito e per gioco,  per fare esercizio e per  il bisogno e il desiderio di esprimersi, nella lingua nazionale e in quella locale, per amor di poesia.

Il tutto è cominciato da Giulia, ragazza che muove e fa muovere i libri e con le storie di parole e immagini costruisce ponti e demolisce muri… Giulia ha incontrato il maestro Alberto in val di Rabbi, a casa di Cheyenne, la ragazza pastora, e hanno parlato di libri, di scuole di montagna… i fili hanno incominciato a essere tessuti e sono arrivati fino a me e mi hanno portato qui.

 

COME SEI STATA IN QUESTA SCUOLA?

Posso dire che qui non sono stata solamente in una ‘scuola’, e anche che sono stata veramente in una scuola nel senso più vivo della parola. Perché sono stata anche in una comunità, in un paese, in un paesaggio non in uno spazio separato con la scritta ‘scuola’ per identificarlo. Qui la scuola è anche all’aperto, dentro e fuori il mulino, in come ci si saluta tra grandi e bambini.

Non mi ero preparata, ero semplicemente bendisposta, anche a lasciarmi un po’ sorprendere. Del resto, mi piace la montagna e mi piacciono le scuole di montagna, perché vi incontro, più frequentemente che altrove, insegnanti e bambini graziati dall’aria fina, dal trattare con i vari problemi che derivano sia da quello che manca sia da quello che c’è, dall’aver accettato che ogni cosa e ognuno ha il suo tempo, e che l’abitudine alla pazienza e alla fatica è necessaria come l’aria.

Ma la sorpresa reale ha superato la sorpresa immaginata. Qui ho trovato ben di più: una comunità e una scuola in relazione, a darsi reciprocamente vita, attenzione e cura. I bambini, figli di una mamma e di un papà, ma anche del paese e della comunità di Peio; e gli adulti, tutti, impegnati e propositivi nel passare conoscenze, condividere esperienze, costruire appartenenza (che non vuol dire chiusura e immobilità, ma qualcosa che ha insieme la forza flessibile delle radici e delle ali). Una realtà di educazione permanente, come si diceva anni fa, di comunità educante, che si educa mentre educa e cresce con chi cresce e non lascia indietro e fuori nessuno.

Che bello sentire come due donne belle di vecchiaia mi rivelano dove sta il segreto: Siamo un paese fortunato, abbiamo qui delle mamme brave, ma così brave… In questa scuola non chiusa in classe, ma che allarga la classe all’intero paese fino al mulino, alla malga e ai boschi su su fino dove i boschi spariscono; in questa scuola dove ho visto i bambini lavorare e ascoltare e stare attenti senza mai il bisogno di un richiamo da parte del maestro o mia, capaci di autonomia e di autodisciplina, di fare gruppo camminandocon il proprio passo, mi sono trovata benissimo. E ho visto i semi

di una foresta immortale, per quanto i taglialegna possano provare a darsi da fare.

 

LA SCUOLA CHE VEDI OGGI?

Faccio fatica a vederla, la scuola, spesso, oggi. E’ come avvolta nella nebbia. Una nebbia mortificata e mortificante. Ho come l’impressione che molta scuola si sia come adattata ad essere una grande agenzia di ‘badanza’: l’importante è che nessuno si faccia male, che non si verifichino incidenti tali da finire sui giornali oppure sì si vada sul giornale e anche in televisione, grazie a un ‘evento’ che ha il potere di rompere la routine!

Contro questo rischio, io mi ritrovo invece a confermare amore e fiducia proprio nella routine della scuola, in una scuola forte proprio di come è giorno per giorno, della quotidianità che propone e vive, consapevole di essere, volere e poter essere, tempo e luogo a misura di infanzie vivibili, dove bambini e bambine possono essere quello che sono, e crescere, a partire da quello che sono.

Viviamo tempi tanto balordi, che ho fin letto di un illustre studioso che ha indicato in don Milani e Gianni Rodari i responsabili del progressivo degrado della scuola; vorrei passasse di qui, l’illustre studioso. Proprio qui, dove a me viene da dire, con la poetessa Marina Cvetaeva:

Evviva i bambini nelle scuole,

che cresceranno più di noi!

I bambini della scuola di Peio lo stanno già facendo.