casa dei piccoli

Il progetto “La casa dei piccoli” di Ravenna, un centro di accoglienza per genitori

Posted on 22 agosto 2016 by Andrea Sola

Un articolo da “Una Città” sulla esperienza della “Casa dei piccoli” di Ravenna: intervista alla fondatrice Nedda Papi

La Casa dei Piccoli (vedi il sito) è nata in via sperimentale nel marzo 2012 con lo scopo di proporre un’attività che abbia valenza preventiva del disagio psichico in bambini e genitori.
L’ingresso si è configurato fin dal principio come libero e a titolo gratuito, senza un appuntamento fissato in anticipo, prevedendo la possibilità che potessero essere presenti contemporaneamente diverse mamme e bambini.

UNA CITTÀ n. 232 / 2016 luglio-agosto

Intervista a Nedda Papi
realizzata da Paola Sabbatani

INTORNO AI DUE ANNI
Una scuola per formare psicoterapeuti psicoanalitici, che per individuare i problemi che possono insorgere fra mamme e bimbi in tenerissima età, osservino innanzitutto il modo di relazionarsi fra madre e figlio; il rischio che si pensi troppo alle “regole” da insegnare, che si dia troppa importanza alla “socializzazione” del nido, o che nei primissimi anni prevalga l’istinto… In seguito la troppa attenzione dei genitori alle performance e ai comportamenti. Intervista a Nedda Papi.

Ned­da Pa­pi, psi­co­te­ra­peu­ta psi­coa­na­li­ti­ca, re­spon­sa­bi­le del Pro­get­to “La Ca­sa dei Pic­co­li” di Ra­ven­na. Com’è na­ta la “Ca­sa dei pic­co­li”? Mi so­no lau­rea­ta in pe­da­go­gia, con una te­si in psi­co­lo­gia. E il mio pri­mo la­vo­ro è sta­to pro­prio quel­lo che al­lo­ra si chia­ma­va “mo­ni­to­ri”, una sor­ta di gui­da for­ma­ti­va al­le in­se­gnan­ti dei pri­mi asi­li ni­do. Pur­trop­po era un qual­co­sa di mol­to po­li­ti­co, per cui si par­la­va di so­cia­liz­za­zio­ne dei bam­bi­ni pic­co­li e co­se co­sì. Io e al­tre mie col­le­ghe ab­bia­mo cer­ca­to, era­no gli an­ni Set­tan­ta, di chie­de­re aiu­to agli psi­co­lo­gi, ma al­lo­ra non c’e­ra mol­ta cul­tu­ra ri­guar­do i bam­bi­ni mol­to pic­co­li, la re­la­zio­ne mam­ma-bam­bi­no nei pri­mi tre an­ni di vi­ta non era mol­to co­no­sciu­ta e stu­dia­ta. Poi ho la­vo­ra­to in co­lo­nia, fa­cen­do la coor­di­na­tri­ce, in se­gui­to ho vin­to un con­cor­so co­me psi­co­lo­ga sem­pre gra­zie al­la mia te­si. A quel pun­to mi so­no iscrit­ta a Pa­do­va in psi­co­lo­gia e lì ho con­se­gui­to la se­con­da lau­rea. Do­po­di­ché, pe­rò, la­vo­ran­do nel­la me­di­ci­na sco­la­sti­ca, mi ac­cor­ge­vo che le bi­del­le era­no più ca­pa­ci di me nel so­ste­ne­re e con­si­glia­re le mae­stre, per cui ho cer­ca­to di­spe­ra­ta­men­te un po­sto do­ve for­mar­mi. For­tu­na­ta­men­te a Ra­ven­na c’e­ra l’i­dea che quel­li che ve­ni­va­no da fuo­ri era­no più in­tel­li­gen­ti e ave­va­no pre­so del­le col­le­ghe di Bo­lo­gna che co­no­sce­va­no un po­sto a Mi­la­no che si chia­ma­va, e si chia­ma, Cen­tro Stu­di di Via Ario­sto, do­ve una cop­pia di psi­coa­na­li­sti mol­to bra­vi e fa­mo­si, Jo­se­ph Sand­ler e sua mo­glie An­ne Ma­rie (lui è sta­to an­che pre­si­den­te del­la So­cie­tà in­ter­na­zio­na­le di psi­coa­na­li­si, han­no scrit­to mol­ti li­bri e han­no con­tat­ti con l’An­na Freud Cen­tre) in­se­gna­va­no a ca­pi­re co­sa suc­ce­de nel­la re­la­zio­ne fra il bam­bi­no e gli adul­ti nei pri­mi an­ni di vi­ta. Co­sì ho fre­quen­ta­to lì la scuo­la di psi­co­te­ra­pia e poi, per tren­t’an­ni, ho con­ti­nua­to ad ap­pren­de­re, par­te­ci­pan­do a cor­si di man­te­ni­men­to, se­mi­na­ri, in­con­tri, con un grup­po di col­le­ghi da tut­ta Ita­lia. A un cer­to pun­to, do­po tan­ti an­ni che ci ve­de­va­mo, ab­bia­mo de­ci­so che era­va­mo ab­ba­stan­za gran­di per po­ter fa­re una scuo­la an­che noi e quin­di in do­di­ci ab­bia­mo for­ma­to un’as­so­cia­zio­ne che si chia­ma As­so­cia­zio­ne per lo svi­lup­po del­la psi­co­te­ra­pia psi­co­na­li­ti­ca, e tra que­sti do­di­ci c’e­ra an­che mio ma­ri­to, che la­vo­ra­va già al Cen­tro Stu­di di Via Ario­sto. Con lui ci sia­mo tra­sfe­ri­ti a Ra­ven­na. La scuo­la per chi è pen­sa­ta? Pro­po­ne una for­ma­zio­ne qua­drien­na­le per me­di­ci e psi­co­lo­gi che vo­glio­no ave­re il ti­to­lo di psi­co­te­ra­peu­ta. Quan­do mi so­no lau­rea­ta io non c’e­ra nes­su­na re­go­la­men­ta­zio­ne per es­se­re psi­co­te­ra­peu­ta, ti for­ma­vi sul cam­po; tut­ti quel­li che era­no sta­ti as­sun­ti da­gli en­ti pub­bli­ci lo­ca­li e ave­va­no la­vo­ra­to per più di die­ci an­ni o giù di lì ve­ni­va­no di­chia­ra­ti psi­co­te­ra­peu­ti. Suc­ces­si­va­men­te il mi­ni­ste­ro ha re­go­la­men­ta­to la for­ma­zio­ne di psi­co­te­ra­peu­ta che può ave­re va­ri in­di­riz­zi, psi­coa­na­li­ti­co, si­ste­mi­co, psi­co­co­gni­ti­vo, e da qui l’e­si­gen­za di una scuo­la. Nel pro­gram­ma di­dat­ti­co ab­bia­mo in­se­ri­to l’at­ti­vi­tà di “os­ser­va­zio­ne in­fan­ti­le”, fon­da­men­ta­le nel­le for­ma­zio­ni psi­coa­na­li­ti­che, che con­si­ste nel­l’os­ser­va­zio­ne del­le mam­me coi lo­ro bam­bi­ni. Dal pun­to di vi­sta pra­ti­co ogni al­lie­vo si met­te d’ac­cor­do con la mam­ma di un bam­bi­no mol­to pic­co­lo, se pos­si­bi­le di po­che set­ti­ma­ne, per an­da­re una vol­ta al­la set­ti­ma­na a ca­sa sua per un’o­ra a os­ser­va­re co­sa suc­ce­de fra lo­ro, co­me si svi­lup­pa il bam­bi­no, co­me evol­ve la lo­ro re­la­zio­ne. Io a Mi­la­no ave­vo fat­to a mia vol­ta que­sta tra­fi­la, un’e­spe­rien­za bel­lis­si­ma per me. Aven­do co­min­cia­to a la­vo­ra­re pro­fes­sio­nal­men­te mol­to pre­sto, a 23 an­ni, e do­ven­do for­ma­re, da­re ri­spo­ste, com­pren­sio­ne, ec­ce­te­ra, ero sot­to­po­sta a mol­te pres­sio­ni, in­ter­ne ed ester­ne; men­tre quan­do an­da­vo a ca­sa del­la mam­ma non do­ve­vo di­re nien­te, nes­su­no mi chie­de­va nien­te, do­ve­vo so­lo sta­re lì, os­ser­va­re e cer­ca­re di com­pren­de­re. Per me era sta­ta un’e­spe­rien­za co­sì uti­le che mol­to vo­len­tie­ri ho da­to am­pio spa­zio del­l’at­ti­vi­tà di­dat­ti­ca… [ con­ti­nua ]

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