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PRATICHE SCOLASTICHE AUTOGESTITE IN ITALIA: I CONTENUTI DELLA CATEGORIA

Posted on 2 giugno 2015 by Andrea Sola

Vengono segnalati i percorsi  scolastici autogestiti alternativi a quelli della scuola di Stato.

Oggi anche in Italia si assiste al fenomeno della ricerca di percorsi scolastici esterni alla scuola di Stato.

Va innanzitutto detto che riteniamo l’iniziativa da parte delle famiglie di cercare soluzioni alternative sia un fenomeno assolutamente naturale perché risponde prima di tutto ad una forma nuova di consapevolezza e sensibilità alla tutela della salute e del benessere dei figli. E’ questa preoccupazione che muove un numero sempre crescente di famiglie ad attivarsi per cercare una risposta al disagio e spesso alla sofferenza dei propri figli.

Qui bisogna  però non fare confusione tra la scelta da parte delle famiglie di mandare i propri figli in luoghi elitari o connotati ideologicamente (scuole private per benestanti e scuole religiose) che c’è sempre stata ed ha riguardato una fascia precisa della popolazione scolastica, e la nuova (per l’Italia) tendenza da parte delle famiglie a cercare e\o costruire un percorso alternativo alla scuola pubblica non appunto in nome di una scelta ideologica o reazionaria (del tipo: io mio figlio in mezzo agli immigrati non ce lo mando”) ma motivati da una ricerca sincera di contesti educativi che rispettino la persona del bambino e la sua libertà di apprendere, che siano cioè costruiti mettendo il bambino, i suoi bisogni i suoi diritti, al centro del progetto educativo/scolastico.

Queste esperienze di ricerca di percorsi alternativi alla scuola di Stato, pur molto diverse tra loro per ispirazione iniziale ed impostazioni pratiche, vanno allora viste come una risposta più che coerente con un progetto complessivo di rimessa in discussione dei fondamenti del rapporto educativo. Purtroppo questo fenomeno viene in Italia travisato e confuso con le scuole private in generale,  tralasciando, del tutto illegittimamente, che le iniziative di cui si parla partono da uno sforzo ed un impegno personale rilevante delle famiglie che si fanno carico (certo partendo da una condizione di non indigenza e di consapevolezza culturale) di avviare o aderire a questi progetti, e riportato ad un problema di tutt’altra natura che è quello del finanziamento delle scuole private da parte dello Stato. A questo proposito il vero oggetto del contendere andrebbe riportato sul piano della libertà dell’individuo e dei margini di autonomia nella costruzione di spazi di autogestione che si possono conquistare e di rimozione degli ostacoli alla loro crescita; e qui naturalmente bisognerebbe avere il coraggio di fare delle distinzioni nel merito: distinguere tra imprese commerciali e confessionali ed iniziative basate sull’esercizio del diritto all’autodeterminazione e quindi senza scopi di lucro; nel qual caso si tratterebbe di lottare per provvedimenti di varia natura amministrativa e burocratica, di liberazione di risorse immobiliari, di facilitazioni normative riduzione degli oneri burocratici e dei controlli, sgravi fiscali, ecc. Detto en passant, non si capisce perché una riduzione degli iscritti alle scuole pubbliche non dovrebbe essere vista come una tendenziale riduzione del numero di iscritti per classe con beneficio diretto della didattica e\o de bilancio dello Stato (a meno che non vogliamo dire che allora lo Stato poi avrebbe la scusa per ridurre il numero dei docenti …). E comunque dare un’occhiata a quello che si sta facendo in qualche paese estero non sarebbe affatto male per ampliare i termini del dibattito. Qui da noi ci sono concetti che sono interpretati in maniera estremamente riduttiva, al punto che non si vede nemmeno che potrebbero avere un significato diverso: ad esempio si identifica il termine “pubblico” con “di Stato”, cosa che non è assolutamente vera perchè pubblico è qualcosa che è destinato a tutti, senza limitazioni, e allora lo Stato, attraverso i suoi organismi elettivi, potrebbe benissimo essere il garante di questa pubblicità e quindi democraticità del servizio, ma non sta scritto da nessuna parte che ne debba per forza essere il gestore! Sarebbe possibilissimo immaginare una diversificazione dei soggetti che gestiscono le proposte scolastiche, controllata da organismi super partes che ne controllino gli standard etici, qualitativi e gestionali. Oppure si identifica il titolo accademico come conditio sine qua non per accedere all’insegnamento: non sarebbe il caso di provare a mettere in discussione il valore legale del titolo di studio almeno nell’ambito dell’insegnamento? La formazione di un bravo insegnante può avere mile storie, mille percorsi, tutti verificabili, ma con strumenti  e competenze specifiche da parte di chi è preposto alla verifica che non necessariamente si devono trovare all’interno dell’apparato universitario.