LETTERA APERTA ALLA NOSTRA CITTÀ; gli autori sono 16 giovani italiani stranieri di Varese.

Namasté

 Progetto volto a rafforzare a livello sistemico i processi di integrazione di adolescenti di origine straniera a Varese, attraverso una strategia multilivello che coinvolge sia le famiglie immigrate sia i contesti istituzionali, agendo sul sistema scolastico, famigliare e sull’ambito aggregativo. Realizzato con il contributo del Ministero dell’Interno e del Fondo Europeo per l’Integrazione dei Cittadini dei Paesi Terzi 2008-2013.

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“La congiura contro i giovani”, di Stefano Laffi. Un intervento dell’autore e le recensioni

Guarda il video di presentazione di Stefano Laffi

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un intervento di Stefano Laffi

Pubblichiamo di seguito un intervento di Stefano Laffi, autore e ricercatore sociale presso l’Agenzia Codicidi Milano, uscito sull’ultimo numero della rivista Gli Asini (quest’anno insignita del premio Lo Straniero nella sezione riviste). Laffi fa una riflessione sul ruolo che hanno avuto i giovani nella vita politica e sociale degli ultimi mesi, sulle azioni, di cui si sono effettivamente resi protagonisti, nel tentativo di cambiare una realtà e una democrazia che non garantisce loro alcuna prospettiva e alcun futuro.

di Stefano Laffi

Dall’altra sponda del Mediterraneo sono scesi in piazza e hanno sovvertito regimi, con una rapidità e un’assenza di violenza mai immaginata e prevista dai nostri osservatori adulti ed esperti, da chi guardava quei paesi con la supponenza di vivere in democrazia, quindi in teoria più libero e più rappresentato da chi lo governa. In Spagna hanno invaso le strade per gridare lo scandalo di aver vent’anni e nulla in mano e nessuna prospettiva dopo, per nulla rappresentati dalla propria democrazia, occupata da una classe politica indifferente alle loro sorti. Da noi non va meglio, Gli asini è una rivista nata anche per questo, rendere giustizia nella riflessione e nella proposta di cambiamento di una realtà che non dà ai giovani le opportunità che meritano. Non va meglio perché il regime di esclusione, repressione e manipolazione della voce dei giovani è più pesante di quanto non si creda. Chiamati in causa solo per la retorica politica della fuga dei cervelli o per quella commerciale dei talent show, sono invece inascoltati o pesantemente zittiti quando chiedono semplicemente una scuola e un’università non depauperate, una cultura libera, un mondo del lavoro che si accorga che qualcuno deve ancora entrarci.
Sono fin troppo bravi i ragazzi. Di botte ne avevano già prese a dicembre, quando avevano provato – inventandosi modi nuovi e non violenti di manifestare – a dire la propria opinione sulla riforma Gelmini in via di approvazione. Ma come può essere che l’università fa i questionari di gradimento agli studenti di ogni singolo corso per misurarne la soddisfazione, mentre la loro voce di dissenso è ignorata quando il ministro cambia tutta l’università? Non ci si sente presi in giro?
Ma questo è un paese dove se per strada a vent’anni dici con tono di voce normale “fai ridere” a un candidato politico ti avvicinano due poliziotti in borghese per identificarti come fossi un criminale (a Milano, youtube per vedere). Così è capitato che alle due ultime “customer satisfaction” della nostra democrazia rappresentativa – le elezioni amministrative e i referendum – i giovani (che vengono interpellati solo per rispondere a questionari) si siano fatti di nuovo sentire. Perché il loro voto è stato determinante a cambiare le cose, laddove sono cambiate, perché loro come e più di chi appartiene ad altre fasce di età hanno voluto che le città avessero nuovi sindaci, l’acqua fosse un bene pubblico e il nucleare non fosse l’ennesimo nuova ombra sul loro futuro. Mentre nel mondo tutto diventa colore, digitale e touch screen e i giovani crescono in questa nuova cultura materiale, la nostra stanca democrazia ha messo in scena il rito del voto, con fogli giganteschi di pessima carta e matite copiative, ormai anche quelle made in china. E i giovani ci sono stati, hanno messo da parte per un attimo i loro display, le loro tastiere, i loro spray, i loro microfoni, i loro cursori sui mixer perché hanno capito che a questo giro servivano le nostre matite copiative, per dire basta. Ma prima di venire ai seggi e ossequiare il voto – nessuno come un ventenne è tanto serio, scrupoloso, preciso con le schede e le urne, parola di presidente di seggio – le tastiere e i microfoni li hanno usati abbondantemente: mai come in queste elezioni la loro musica è stata così schierata, così capace di parlare, di regalare il piacere di cambiare, e mai come in queste elezioni le tecnologie hanno mostrato il loro volto migliore, far da passaparola per organizzare mobilitazioni, per irridere la tribuna politica quando questa si faceva ridicola e per strada non potevi parlare, per dare accesso ai contenuti politici laddove la vecchia televisione si censurava da sola. Le tecnologie di oggi, che la destra proprio non ha capito, sono amate dai ragazzi perché sono l’unico luogo in cui la storia è sceneggiata da loro, è commentata o trasformata dalle loro parole e dalle loro immagini, quasi una vendetta contro la realtà delle istituzioni e della vita pubblica, in ostaggio degli adulti, dei vecchi, dei potenti.
Quella realtà, quelle istituzioni e quella vita pubblica sono state negli ultimi anni davvero misere, patetiche, umilianti. Se scorressimo in rapida successione le prime pagine dei giornali di questi anni ci renderemmo conto di quello che a dosi giornaliere omeopatiche forse si sente di meno, la pena di doversi specchiare in un paese governato per interessi personali, da persone senza dignità. Quando in questi anni la politica ha provato a coinvolgere i giovani nel massimo slancio di generosità ha parlato di partecipazione, ha creato i consigli comunali dei ragazzi, i forum giovanili, le quote under 30 o 40 di alcune posizioni. La sensazione è che poco sia cambiato, che non basti e che alcuni di quegli inviti a partecipare fossero cooptazioni, modi per inibire la formazione di dissenso. Oggi abbiamo capito che i giovani non vogliono partecipare di più, vogliono proprio cambiare. E che noi abbiamo bisogno di loro come non mai, se questo paese non ci piace.

Recensione de “Redattore sociale”

Giovani senza valori e senza futuro? No, sono solo l’alibi di adulti in crisi

Il mondo dei grandi da una parte si dice preoccupato, dall’altra isola i ragazzi e ne frustra creatività e voglia di rischiare. In “La congiura contro i giovani”, Stefano Laffi capovolge la tradizionale lettura colpevolizzante del disagio giovanile e denuncia le cause che l’hanno prodotto

29 gennaio 2014

MILANO – I giovani senza lavoro, i giovani senza ambizioni, i giovani senza valori, i giovani senza futuro. Sono davvero così le giovani generazioni? Stefano Laffi, ricercatore sociale ed esperto in culture giovanili, pensa di no e con “La congiura contro i giovani” da pochi giorni in libreria per Feltrinelli intende spostare il fuoco dell’analisi da come sono e come stanno i giovani a come sono e come stanno gli adulti, riflettendo sul mondo che hanno creato per i loro figli.

Da tempo, sostiene Laffi, è in corso un attacco feroce nei confronti dei giovani, che però nasconde ipocrisia e umiliazione nei loro confronti. Da una parte, gli adulti si dicono preoccupati per i giovani che non hanno futuro nel lavoro, nella società e che non possono avere speranze di rendersi autonomi al fine di trovare una propria strada; dall’altra li si isola, li si protegge, per confinarli fuori dall’universo del lavoro, senza nessuna concessione, frustrandone creatività e voglia di rischiare con l’indifferenza e la solitudine.
I giovani – secondo l’autore – sono l’alibi di adulti in crisi, disorientati di fronte alla perdita di controllo del mondo circostante, increduli agli affetti di una società sempre più “consumista”. Del resto, già in un suo testo precedente “Il furto: mercificazione dell’età giovanile” (Edizioni L’ancora, 2000) Laffi incentrava la sua riflessione su una società che per i suoi giovani aveva deciso un unico destino: quello di consumare. “Il loro tempo – scriveva – è stato letteralmente svenduto per consentire al mercato di smaltire un’iperproduzione di beni e servizi che le altre generazioni non hanno più il tempo (gli adulti) o l’abitudine (gli anziani) di acquistare. E’ in questo contesto che vediamo i giovani sempre più “parcheggiati” in infiniti anni di studi, chiusi nelle classi, con difficoltà a elaborare un progetto di lavoro o di famiglia, e ai quali non resta che la simulazione della vita: si naviga senza viaggiare, si gioca a pallone con un computer, si dialoga senza mai incontrarsi e intanto si brucia l’età che avrebbe una missione precisa: la scoperta della propria identità e del proprio talento”.
Scorrendo le pagine di questa ultima pubblicazione, è piuttosto evidente la responsabilità della profonda crisi dei giovani che l’autore assegna agli adulti. “Tutto lo spazio che li circonda è saturo, è impermeabile ad esigenze di gioco ed espressività, è popolato e normato da adulti che non cedono il passo alle nuove generazioni.” Le città stesse – prosegue Laffi – non li prevedono, parlano a bambini e ragazzi solo in termini di divieti e regole, il paradosso è che solo le affissioni pubblicitarie li evocano per sedurli ancora una volta”. I bambini e i ragazzi non sono ammessi in nessuna discussione, in nessuna decisione pubblica sono coinvolti. L’adulto non vuole cedere nessuna posizione. Ecco dunque di chi è la responsabilità e di chi non accetta di cambiare. “Eppure questa è un’epoca di cambiamenti – tutto sta mutando, come leggiamo, come scriviamo, come nasce un’amicizia e un amore, come studiamo e come viaggiamo – di cui gli interpreti migliori sono proprio quelli che si vorrebbero escludere”.
Sull’immobilismo delle generazioni adulte verte la critica più forte dell’autore: a cominciare da quando un bambino viene messo alla luce, sommerso sin da subito da attese e norme di riferimento che non hanno confronti, ai progressi evolutivi che non sono altro che orgoglio per i genitori, e poi performance scolastiche o di desideri indotti dal mercato fin dai primi anni di vita. Sono così addestrati a rispondere a delle norme che sono altro da sé. Per continuare verso il periodo dell’adolescenza, che è sempre visto come periodo problematico, a rischio, trasgressivo, e la sua fame di esperienza vista con sospetto oppure inibita al contrario dei loro corpi, rubati dal mercato, per farne uso di consumo.
Infine, si arriva al periodo dell’“umiliazione” dei giovani, nei colloqui di lavoro, nella considerazione di cosa hanno studiato, nella gratuità di tutto quello che dovrebbero fare, nelle mansioni loro affidate, negli abusi di potere che devono subire.
Dalla critica a questo immobilismo di fondo, a questa società sterile, Laffi approda verso quella che ritiene l’unica soluzione possibile: “è necessario che gli adulti incomincino ad imparare dai più giovani, incomincino a dialogare con loro, incomincino ad ascoltarli e ad affidarsi a loro per scoprire e sperimentare. Del resto anche nel volontariato è normale che un ragazzo insegni a un cinquantenne appena arrivato.”
Non si tratta pertanto di inventarsi i problemi – incalza Laffi – “le città sono piene di luoghi e persone di cui prendersi cura insieme, anche fra generazioni diverse, sono i giovani a chiederlo, perché si formi l’abitudine a collaborare insieme, nello spazio pubblico, per sentirsi vicini un po’ complici, per vivere finalmente insieme l’emozione di presenti alternativi possibili, contro la retorica della crisi, dell’impotenza del sistema. E si deve essere capaci di riabilitare lo scambio emotivo, la condivisione di idee, la confidenza di debolezze e paure, per trasmettere ai più giovani la certezza di sentirsi parti di uno stesso destino”. (sp)

recensione de “La Repubblica”

Basta con “La congiura contro i giovani”, una ricetta anti-crisi

Stefano Laffi, ricercatore esperto in culture giovanili, invita gli adulti ad accettare il cambiamento, a farla finita con l’attacco e l’esclusione di quella fetta della società che sola potrebbe salvare la società

Di giovani si parla e si sparla molto. Ma poco o nulla si fa per loro. Adulti e istituzioni dichiarano di ritenerli centrali per il futuro, eppure non viene loro riconosciuto né l’effettivo diritto di parola, né la piena cittadinanza. E sono proprio coloro che denunciano e lamentano la situazione giovanile che, rifiutando ogni cambiamento del loro modo di pensare e di comportarsi, si limitano a difendere le loro rendite di posizione, senza lasciare il passo alle nuove generazioni. Ma, poiché tutto sta velocemente mutando, non è possibile, (pena il collasso del sistema), escludere dalla realtà proprio coloro che della rapida trasformazione in atto dovrebbero essere i protagonisti, per età e per logica. Il monito emerge dall’ultimo libro di Stefano Laffi, ricercatore sociale ed esperto in culture giovanili, consumi e dipendenze che in La congiura contro i giovani, in libreria per Feltrinelli, invita gli adulti a uscire al più presto dalla crisi e ad accettare il cambiamento. 

Da tempo, sostiene Laffi, è in corso un attacco nei confronti dei giovani, mascherato con l’ipocrisia e camuffato da riflessione, cura, sensibilità educativa e che invece è soltanto mercificazione, umiliazione, patologizzazione. In sostanza, da una parte gli adulti si dicono preoccupati per i giovani che non hanno futuro nel lavoro, nella società, e che non possono avere speranze di rendersi autonomi e trovare una loro strada; dall’altra li si isola, li si iperprotegge, ma per confinarli fuori dall’universo del lavoro, senza nulla concedere, frustrandone creatività e voglia di rischiare con l’indifferenza e la solitudine.

Ed è tutta la nostra società che, pro giovani nell’immaginario e nelle affermazioni, si rivela invece gerontocratica nei fatti. A loro dedichiamo parole “corrotte” e definizioni, ma li usiamo come alibi degli adulti in crisi d’identità che stanno perdendo il controllo del mondo che conoscono e non si rassegnano a cedere il passo. Una via d’uscita, urgente e necessaria però c’è, suggerisce Laffi, ed è praticabile a patto che si accetti di cambiare a trecentosessanta gradi il modo di comportarsi e di pensare e che le istituzioni escano dall’immobilismo, per operare, finalmente, in favore delle nuove generazioni. Per farcela è necessario  trasformare insieme, adulti e giovani, la società e affidarci a loro per scoprire e sperimentare.

Giovani in crisi, di chi sono le responsabilità?

“Quando si parla di “giovani in crisi” credo sia importante intendere non un presunto collasso di motivazione e di fiducia dei ragazzi rispetto alle sfide che li attendono, ma la mancanza di opportunità e di possibilità, che si manifesta nel non trovare esperienze, lavoro, soldi, casa, ma più in generale nel non aver voce, non poter incidere in nulla della realtà che li circonda. La crisi è di cittadinanza, è il non aver diritti davvero esigibili, è crescere sapendo di non poter incidere sul proprio mondo. Tutto lo spazio che li circonda è saturo, è impermeabile ad esigenze di gioco ed espressività, è popolato e normato da adulti, non ha vuoti nei quali agire: le città non li prevedono, parlano a bambini e ragazzi solo in termini di divieti e regole, il paradosso è che solo le affissioni pubblicitarie li evocano per sedurli, tocca entrare in un bar per esistere, ma come consumatori, o in consultorio adolescenti, come utenti. L’esilio di bambini, ragazzi e giovani dall’arena delle discussioni, delle decisioni e delle azioni pubbliche parla in ultima analisi della “crisi degli adulti”, ecco di chi sono le responsabilità: non si vuole più cambiare e non si vogliono cedere le rendite di posizione, ci si illude di poter fare come ieri perché è l’unico modo che si conosce, se non è la paura a guidare gli adulti quando sentono la loro inadeguatezza agli strumenti di oggi. Il fatto è che questa sarà comunque un’epoca di cambiamenti – tutto sta mutando, come leggiamo e scriviamo, come nasce un’amicizia e un amore, come studiamo e come viaggiamo – di cui gli interpreti migliori sono proprio quelli che si vorrebbe escludere”.

Quali sono le cause che hanno portato i giovani alla situazione di oggi?
“Non credo ci sia un muro alla fine di una corsa sfrenata, non penso che non trovar lavoro o credito in banca sia per un ragazzo una bruciante sorpresa, perché c’è nato e cresciuto nella mancanza di riconoscimento. Ci sono generazioni adulte che non vogliono cedere potere e privilegi e si nutrono di questo immobilismo, per questo nel libro parto dalla nascita, mostrando un meticoloso processo di annichilimento del potenziale di cambiamento che i più giovani avrebbero. Pensiamo alla “normalizzazione” dell’infanzia, a come sin dalla nascita si sia circondati da attese e norme di riferimento, fatte prima di parametri medico-clinici, e poi di progressi evolutivi per inorgoglire i genitori, e poi di performance scolastiche o di desideri indotti dal mercato fin dai due anni di vita. Così addestrati a rispondere alla norma e ad altro da sé, si potrà mai credere nel proprio contributo? È un esempio banale, ma se la scuola usa solo “domande illegittime” (ovvero quelle in cui chi domanda conosce la risposta e chi risponde sa di dover indovinare quella giusta) potranno mai i ragazzi pensarsi ed esercitarsi come portatori di pensiero originale? Più tardi comincia invece la “patologizzazione” dell’adolescenza, che è sempre pensata come problematica, a rischio, trasgressiva, e la sua fame di esperienze e prove viene vista con sospetto, se non inibita letteralmente, al contrario dei loro corpi, rubati dal mercato, per farne oggetto di consumo. Si arriva così all’ultimo atto, “l’umiliazione” dei giovani, nei colloqui di lavoro, nella considerazione di quello che hanno studiato, nella gratuità di tutto quello che dovrebbero fare, nelle mansioni loro affidate, negli abusi di potere che devono subire. Cinismo, disincanto, ritiro sociale, spaesamento, tristezza: possiamo davvero sorprenderci se compaiono a 15 o 20 anni, cioè alla fine di questa carriera?”

C’è una via d’uscita?

“Non solo c’è ma è obbligatoria, è urgente, e la buona notizia è che libera tutti. Certo, dobbiamo accettare una condizione, quella di esser disposti al cambiamento. Ma partiamo dalla constatazione che la maggior parte delle nostre istituzioni non funzionano, sono in affanno, disorientate: vale per le famiglie, dove i genitori si separano e non sanno come star dietro ai figli, vale per le aziende che sono in crisi, vale per l’istruzione e la formazione che non sanno quali competenze formare e sono superate dagli allievi rispetto al digitale, vale per la politica al minimo storico di fiducia… A furia di escludere i più giovani da tutte le istituzioni ci troviamo oggi intrappolati in routine quotidiane che non funzionano, sono lente, burocratiche, irreali nei tempi e nelle richieste. Bene, in ogni epoca di cambiamento si sa che avviene un ribaltamento dei saperi, la tradizione perde la forza di guida, sono i più giovani i nostri pionieri, saranno loro a guidarci. Certo, senza un’esperienza di riconoscimento sociale sin dall’infanzia non sarà facile ribaltare i ruoli, ma loro nell’incertezza ci sono nati e usano le strategie cognitive più adatte, che dobbiamo imparare da loro: muoversi per tentativi senza certezza sulle mete, valorizzare gli errori perché ricchi di informazioni, moltiplicare i campi di esperienza perché utili a misurare le nostre capacità, scambiarsi saperi e scoperte in modo orizzontale perché non serve chiuderli a chiave, prendere e partire, muoversi insieme per sostenersi e favorire l’apprendimento, superare i confini disciplinari perché la realtà è una e non segmentata… La via di uscita è questa, cambiare insieme questa società e affidarci a loro per scoprire e sperimentare. In alcune aziende c’è già il reverse mentoring e in fondo nel volontariato è normale che un ragazzo insegni a un cinquantenne appena arrivato. Forse ci siamo dimenticati che le più grandi invenzioni del ‘900 sono state fatte da scienziati che avevano fra i 20 e i 30 anni”.

Stefano Laffi
La congiura contro i giovani
Feltrinelli
Pag.174, euro 14.