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Un intervento di Maria De Biase sulla riforma Renzi

Posted on 16 luglio 2015 by Andrea Sola

“ECCO LA MIA SCUOLA BUONA”

una intervista di Antonio Menna per Retenews24

“Penso che la scuola sia il luogo con la più alta concentrazione di lavoratori restii al cambiamento.” Maria De Biase non le manda a dire. Si è autodefinita preside terra terra. Perché lei parte proprio da lì, dalla campagna.

Dal 2007 dirige lIstituto Teodoro Gaza di San Giovanni a Piro, nel cuore del Cilento. Poi il Comprensivo di Policastro. Non è una preside qualunque. Nelle sue scuole, nel Piano di offerta formativa, ha inserito l’orto sinergico, il laboratorio di riparazione e recupero delle tradizioni locali, il compostaggio e l’eco-merenda. Niente merendine da casa ma pane e olio fatti a scuola, dai ragazzi. Nelle mense ha portato verdure fresche e prodotti del posto: dagli orti delle stesse scuole. Niente piatti di plastica ma di coccio. E poi, il bidolio: raccolta di olio usato con cui fare il sapone, direttamente a scuola.

Una rivoluzione minuscola, terra terra, che le è valso nel 2013 a Torino il premio Agri Civic Awards e nel dicembre scorso il premio Cittadino Europeo 2014, direttamente dall’Europarlamento. La buona scuola, Maria De Biase la fa. Ma che fatica.

“In questi anni – dice – ho provato a costruire un modello di scuola basato sulla condivisione, sul senso di appartenenza e sulla promozione di buone pratiche ambientali e sostenibili”.

Con quali difficoltà?

Tantissime. Rischio tutti i giorni di essere denunciata alle autorità competenti per la pratica dell’eco-merenda, per la coltivazione degli ortaggi e della frutta, per il compostaggio dell’umido. Nella riforma appena approvata non c’è una parola sulle buone pratiche ambientali. Qualche mese fa andai a Roma e lo dissi personalmente a Renzi.

E lui?

Mi ascoltò con attenzione, tra il sorpreso e l’interessato. Ma poi nulla. Il silenzio.

Che cosa avrebbe inserito nella Riforma?

Sui temi ambientali, non ci voleva molto, bastavano poche righe chiare e sensate.

Scriva lei un articolo della legge.

Lo avrei fatto così: è vietato in tutte le scuole della Repubblica l’usa e getta di materiali in plastica monouso. Tutte le scuole saranno fornite di piccole compostiere. Si obbligano le amministrazioni comunali a predisporre mense scolastiche con prodotti locali, a preferire alimenti freschi, ridurre i congelati, evitare prodotti confezionati e a lunga scadenza.  Le scuole dotate di spazi esterni o che prenderanno in affido piccoli appezzamenti di terra sono autorizzate a produrre, a loro spese, all’interno dei percorsi didattici, frutta e ortaggi da destinare alle merende ed alle mense scolastiche. I dirigenti scolastici hanno 60 giorni dall’inizio dell’anno scolastico per promuovere tali pratiche. Facile, no?

Un sogno semplice.

Quasi banale. Non devo spiegare nemmeno che è di fondamentale importanza educare le nuove generazioni a ridurre i rifiuti, a contenere lo spreco, ad assumere corretti stili di vita.

Temi ambientali a parte, qual è la sua opinione sulla riforma del governo Renzi?

Un aspetto positivo: le assunzioni. Ma anche il bonus di 500 euro per la formazione dei docenti, anche se è poca cosa. Non sono d’accordo con le agevolazioni fiscali in favore delle famiglie che iscriveranno i figli nelle scuole paritarie e le donazioni liberali a favore del sistema pubblico. Non ho apprezzato che non sia stato rivisto l’insegnamento della religione cattolica.

E la tanto contestata chiamata diretta degli insegnanti da parte dei presidi?

Molto positiva. Immagino che cosa potrei fare nella mia scuola se avessi la possibilità di avere docenti capaci e preparati per attivare le buone pratiche. L’Italia è un Paese vecchio, nel senso che ha paura delle novità, di andare a scardinare principi che ritiene ancora troppo importanti.

Quali?

Mi riferisco alle ideologie, ai sindacati, alla chiusura totale verso l’idea che certi lavoratori devono rimettere in discussione tutto. Il corporativismo dei docenti e dei dirigenti non fa bene alla scuola. Cresciamo solo se ce le diciamo, certe verità.

Ci sono anche diritti fondamentali da difendere, però.

D’accordo, i diritti, il rispetto dei lavoratori, ma quando cominciamo a dirci che tanti docenti sono infingardi, fannulloni, incapaci e incompetenti?

Addirittura?

Certo! Mi attirerò critiche ma non temo di dirlo. Perché ci fa tanta paura l’idea che chi è incapace deve cambiare mestiere? Perché tanti dirigenti scolastici ritengono un punto di arrivo il loro lavoro e non un punto di partenza? Molti di loro fanno un altro mestiere, sono avvocati, commercialisti, affaristi, la scuola è l’ultimo dei loro pensieri. Non esagero, ne conosco tanti che non ci vanno, affidano il lavoro ai vice che garantiscono la regolare gestione. Scuole immobili, lente, senza visione.

Parla come un preside-sceriffo.

Come faccio a fare la buona scuola se i docenti che ho a disposizione non sono preparati, non sanno utilizzare un pc, si rifiutano di frequentare i corsi di formazione?  Quale buona scuola se un nutrito gruppo di docenti si ammala proprio nei giorni più lunghi e difficili, mandando allo sbaraglio le classi? Cosa faccio con i prof che ammettono senza vergogna che non sopportano gli alunni, li definiscono soggetti, elementi, non li chiamano mai per nome, perché non si meritano tanta confidenza. Se poi mi si dà timidamente l’opportunità di sceglierne qualcuno valido tutti addosso al preside, che diviene padrone, sceriffo, sindaco.

Sembra avercela a morte con gli insegnanti.

Ritengo che la maggior parte dei docenti sia molto carente dal punto di vista della formazione iniziale e con gli anni la loro formazione diviene inesistente. Sono dei vecchi impiegati, stanchi, rabbiosi e depressi, vale anche per i dirigenti, che dopo anni di docenza arrivano a ricoprire un ruolo che, spesso, non sanno gestire, tendono a garantire solo la gestione ordinaria. Si diventa docente con sacrifici enormi, a volte con decenni di precariato. Questo sacralizza i docenti e li rende immuni da ogni critica. Hanno faticato tanto e ora guai a chi li tocca.

Sono loro il problema della scuola italiana?

Molti docenti entrano a vent’anni nella scuola con la solita gavetta e per 40 pretendono di continuare a fare scuola senza aggiornarsi, molti di loro si rifiutano anche di leggere un articolo, una riflessione, una rivista di settore, facendo danni enormi, sentendosi intoccabili. In questi mesi si è parlato tanto di scuola e il dibattito si è incentrato soprattutto sui diritti dei docenti, ma gli alunni? Sono soggetti di minor diritto? O hanno bisogno di docenti attenti solidi, preparati, sereni, felici di occuparsi di loro?

Degli alunni si è parlato pochissimo. O meglio, i docenti ritengono che i diritti degli alunni siano legati ai loro.

Tutto il discorso ha assunto solo la curvatura sindacale ed occupazionale. Ci siamo dimenticati dei bambini e dei ragazzi, dei diritti loro. È vero, i docenti sono una categoria sottopagata, ma è vero anche che sono gli unici lavoratori (esclusi i docenti impegnati negli esami di maturità) che godono di 60 giorni di vacanze estive. Un tabù impronunciabile. Perché non destinare la metà di questi giorni alla formazione obbligatoria? Altro che bonus. Per un mese tutti a scuola, nelle università, nei centri accreditati a studiare, a rivedere il proprio modo di essere docenti, a ripensare al proprio lavoro, dirigenti compresi. Alcuni hanno idee e principi gentiliani e giurassici che pretendono di applicare nella scuola di oggi. E gli standard europei? E i nuovi saperi?

Tutto questo, però, nella riforma Renzi non c’è. Sembra quasi che lei la ritenga troppo debole.

La riforma ha perso una grande occasione, avrebbe dovuto puntare tutto sulla formazione. La buona scuola comincia lì. Invece è cambiato davvero poco.