E il piccolo bambino è lì…di Micaela Mecocci

Posted on 20 Maggio 2020 by Andrea Sola

Questo futuro infatti oggi ci è possibile immaginarlo, pensarne le forme e i colori, dipingerlo con gli occhi della mente mentre studiamo le strade da percorrere per arrivare a un “dopo” che non potrà essere la copia del “prima” ma che da esso deve necessariamente prendere le mosse. Le voci degli esperti si sovrappongono e alternano, tra chi paventa un dopo peggio del prima, chi sogna un rovesciamento radicale e chi scetticamente non si attende molto di più, anzi solo parecchie vite in meno e il solito vecchio modo di stare al mondo. Sfido tuttavia a  trovare un solo bambino disposto a sottoscrivere spontaneamente una di queste tre posizioni. I bambini hanno, ancora, il dono di non tagliare le cose con l’accetta, di non cercare risposte definitive, riescono ad abitare la molteplicità e a cogliere la sottile linea di confine tra le cose, la crepa, come diceva Leonard Cohen, che lascia entrare la luce.

La vulnerabilità, la precarietà dell’esistere, l’impermanenza dell’essere non sono la novità dell’oggi, c’erano anche prima e rimarranno anche dopo, come prima per alcuni più evidenti che per altri, e sono essi la crepa, la fessura di luce, la fragilità che può e deve necessariamente diventare potenziale creativo.

E i bambini, i ragazzi in tutto questo? Chi sono, come si affacciano nell’oggi e nel domani? Cosa, oggi, dà loro gli strumenti di consapevolezza che informeranno le loro azioni e l’opera delle loro mani nel domani che è ormai alle porte?

Si dice che siano loro gli abitanti del futuro e che da noi adulti dovrebbero ricevere un modello, un esempio da cui muovere le proprie mosse. Da noi che stiamo consegnando loro un mondo ancora lontano dalla sistemicitá armonica che sarebbe auspicabile, un mondo in cui l’imperativo categorico dell’interdipendenza e dell’equilibrio è fortemente compromesso. Le incursioni nel mondo naturale, le relazioni fra le nostre diverse -eppur comuni- umanità, i rapporti di scambio e produzione, tutto questo giova a pochi e nuoce molti. E quando in una relazione c’è uno che vince e uno che perde, allora è chiaro che si è perso entrambi.

A genitori ed educatori viene posta spesso la domanda su quale mondo ci si prepari mai a consegnare ai bambini. Io vorrei piuttosto chiedermi quale mondo abitiamo, qui e ora, insieme a loro. I bambini e i giovani sono già oggi i legittimi abitanti del nostro mondo e membri a tutto tondo delle nostre società. Noi vorremmo essere di esempio e modello, aspirazione pur nobile tuttavia che, se non accompagnata da altro, relega loro in uno stato di giocosa inettitudine, pone noi in cattedra e spoglia la relazione della biunivocità che, sola, può rendere la relazione tale.

Maria Montessori usava fare lezione alle future insegnanti, tenendo fra le mani una sagoma di carta che simboleggiava il bambino e usava ripetere, come un mantra tra una frase e l’altra: “…e il piccolo bambino è lì”. “Ce lo voleva fare vedere a tutti i costi – ricordava la sua ex-allieva Maria Clotilde Pini in un’intervista – Maria Montessori aveva capito che nonostante conoscessimo a menadito la storia della filosofia e della pedagogia noi adulti non riuscissimo fondamentalmente a vedere il bambino per ciò che era”. Ma il bambino, invece vede noi, ci osserva, assorbe ogni dettaglio.

Modelli, dunque, sì, ma soprattutto esseri in relazione, in cui l’alchimia e la reciprocità siano al centro di una relazione nella quale tutti hanno molto da vincere e da imparare.

Il bambino è speranza e promessa per l’umanità: questo il messaggio di pace di Maria Montessori. Noi non possiamo fare senza i bambini, come loro non possono fare senza di noi.

In questi giorni molte parole si sono spese intorno al presunto “stato di guerra” nel quale ci troveremmo attualmente. Metafore belliche e parole afferenti al conflitto hanno attraversato l’etere e sono comparse sui nostri schermi. La guerra, il nemico.

E se ribaltassimo la prospettiva? Abbiamo bisogno di definire il nemico per capire chi siamo e cosa dobbiamo fare? Chi sarà poi mai questo nemico? Il virus, il mancato rispetto dell’ordine naturale, il Paese ostile, l’accordo internazionale disatteso, il vicino che esce in strada?

E il piccolo bambino è lì.

A ridosso della seconda guerra mondiale Ennio Flaiano scrisse un’opera sagace in cui un gruppo di sedicenti esperti tentava invano di spiegare a un giovane i “buoni” motivi per fare la guerra, ma lui, giovane e povero, proprio non riusciva a capire cosa di buono e bello potesse esserci in essa. Con il risultato che il conciliabolo continuava inesorabilmente e il conflitto arrivava a conclusione prima che il pacifico sempliciotto potesse esserne anche solo minimamente convinto.

Quel giovane, solo apparentemente un sempliciotto, mi sembra il bambino di oggi.

Che è lì.

Che ci guarda.

Da cui possiamo e dobbiamo ripartire. E che ha tanto da offrirci se saremo in grado di volgere a lui lo sguardo e l’ascolto di cui ha bisogno.

Riprendiamo dunque il filo iniziale dell’immaginazione. Cerchiamo parole per spiegare ai bambini non tanto la necessità di combattere un nemico, che sia invisibile e microscopico o grande come la superficie della Cina, ma per descrivere e immaginare strade di cura, di solidarietà. Di pace intesa non come la fine della guerra ma come uno stato di reale interdipendenza solidale.

I bambini, come il giovane di Flaiano, in quel caso saranno tutti orecchie, non c’è dubbio.

L’età evolutiva è infatti tutta tesa alla costruzione armonica di sé, all’individuazione di una cornice di senso che l’individuo trova anche grazie alla definizione di un sé sociale, alla possibilità che ognuno possa muoversi all’interno di comunità educanti con un senso di libertà altamente responsabile, in cui la consapevolezza di sé vada di pari passo con il rispetto dell’altro da sé.

Nel bambino e nel ragazzo tutto questo si esprime in modo immediato sotto forma di bisogno profondo e perentorio, è la natura umana i cui bisogni materiali e spirituali si riverberano nel vivere comune e si radicano nei luoghi abitati, la città e il globo, che mai è stato più globale di oggi.

Il piccolo bambino è lì.

Chiede la cura che dobbiamo a noi stessi, a noi tutti, al mondo, il nostro.

C’è chi addirittura ha sentito la mancanza di un nemico più eroico in questa guerra, l’ha definita una guerra di solitudine. Già, perché quando c’è una guerra ci si stringe, ci si riunisce e aiuta, mentre noi oggi dobbiamo aiutarci senza toccarci, senza stringerci fra le braccia, salvo poche doverose eccezioni.

Dov’è dunque la crepa che lasci entrare la luce? Quali le parole, quale lo sguardo, come spiegare e soprattutto come immaginare i colori del dopo? Non sappiamo ancora tutto, nemmeno tanto in verità. Ma, lo diceva già Einstein, il vero segno dell’intelligenza non è il sapere, bensì l’immaginazione.

Maria Montessori, precorritrice delle moderne neuroscienze, dedica molto spazio al valore dell’immaginazione. Non all’immaginazione intesa come fuga escapistica dalla realtà, bensì, al contrario, come lo strumento che, a partire dalle nostre conoscenze, ci permette di agire in modo efficace e fecondo nella realtà.

Da lì vorrei dunque ripartire, e inviare un pensiero solidale a tutti quei genitori e insegnanti che si stanno spendendo nelle attuali condizioni affinché i bambini abbiano comunque un’esperienza del presente che sia reale, concreta e accessibile, vale a dire un’esperienza che darà alla mente del bambino gli elementi necessari affinché questa sviluppi il proprio potenziale creativo.

La mano -ovvero il corpo- è l’organo dell’intelligenza, ci ricorda Maria Montessori. Questo significa che il pensiero è radicato nell’esperienza concreta, che non può svilupparsi da un indottrinamento teorico, ma deve necessariamente passare per esperienze dirette e soprattutto reali e, si intende, adeguate ai bisogni dell’età.

Il bambino che avrà accesso a esperienze concrete nell’ambiente affinerà la propria percezione del mondo e i suoi sensi serviranno da indispensabili canali emotivi e cognitivi. In tal modo il patrimonio di idee astratte della mente che potranno dar luogo a pensieri innovatori e creativi sarà ricco e fiorito.

Senza immaginazione non avremmo il linguaggio, la musica, l’arte e nemmeno la scienza o la matematica. Essa è l’occhio della mente. La conoscenza è il fondamento dell’immaginazione che è in essa fortemente radicata, ma che subito la trascende, la esalta. Dalla capacità immaginativa derivano scoperte e invenzioni, soluzioni creative che seguono, ci spiega Alison Gopnik, la logica del gioco esplorativo. La mente del bambino, continua la studiosa cognitivista, è aperta e recettiva e libera da sistemi di pensiero rigidi preconfezionati. Come quella dei più fini scienziati.

Non possiamo, scrive Maria Montessori, aiutare il bambino con lezioni teoriche, dobbiamo bensì creare un ambiente in cui la fucina costruttiva della sua mente possa trovare gli elementi di cui ha bisogno. E, ora più che mai, dobbiamo fare questo a partire dal reale – che è ancora lì, come prima – e dalla relazione empatica che, anche se con nuovi limiti, può e va tenuta in vita.

L’apprendimento passa attraverso la relazione con le persone e le cose, l’uno non esiste senza l’altra e viceversa. Né la teoria dei vasi comunicanti (alla base dell’insegnamento frontale) né l’approccio che scambia la licenza con la libertà (va bene tutto purchè sia felice) rendono giustizia ai bisogni dei bambini e al nostro dovere nei loro confronti come educatori.

In un momento in cui la salute è al centro del dibattito mondiale e delle misure governative non possiamo dimenticare che un processo di apprendimento radicato nell’esperienza e nella relazione è da intendersi, esso stesso, come bisogno primario, foriero di salute, di inclusione, di cura, di presa in carico individuale e collettiva.

Non è da oggi che si parla di questo, non è da oggi che molti di noi lavorano per destituire le desuete pratiche (educative?) basate quasi esclusivamente sul propinare informazioni e poi verificarne la scrupolosa (per quanto poco longeva) acquisizione. Tuttavia nelle condizioni attuali abbiamo più che mai la necessità di coltivare assieme ai nostri giovani il binomio inscindibile di libertà e responsabilità, lavorando assieme, con la collaborazione di tutti i soggetti coinvolti sul nostro territorio: sfida tanto più significativa in un momento in cui il nostro raggio d’azione è limitato da misure eccezionali.

Dunque che fare? Con grande onestà, abbassare il nostro sguardo all’altezza del bambino per abbracciare il mondo dal suo punto di vista e al contempo innalzarci ai livelli del suo spirito, consapevoli che i suoi bisogni sono quelli dell’essere umano, e che solo avendone cura saremo, noi stessi, promessa e speranza per il futuro.

Benché i portoni delle scuole siano ancora, ahimè, chiusi, non dimentichiamoci che quei muri non marcavano, soli, la delimitazione del mondo educante nemmeno prima. Siamo tutti parte di una ben più ampia comunità educante, territoriale prima e mondiale poi, che deve e può continuare ad esistere; una comunità in cui gli ambiti del sapere, tanto i vecchi quanto i nuovi, siano abbracciati in una visione cosmica e non frammentati in porzioni di sapere pre-digerite; in cui i luoghi vengano ripensati, sin da subito, e messi a disposizione, sì che i giovani possano approfittare, in sicurezza e con il nostro supporto, delle meraviglie dell’arte, della tecnica, della scienza e della natura di cui sono generosamente ricchi i nostri territori e di cui essi potranno prendersi a loro volta cura.

Guardiamo con loro alla storia universale che ci lega gli uni agli altri e tutti al pianeta che ci ospita, pensiamo ai principi e agli sforzi che hanno dato origine alle nostre società, nutriamo e coltiviamo il loro immaginario con esperienze vive e dirette, coinvolgiamo i nostri giovani, ascoltiamoli immaginare i prossimi passi, facilitiamo il loro viaggio esplorativo con responsabilità e fiducia.

Godiamo con loro del principio ecologico che regola il cosmo, quello dell’interdipendenza armonica degli elementi e ispiriamo ad esso i nostri dialoghi, le nostre ricerche di sapere ed esperienza, la nostra presenza sociale sostenibile. E dalle pieghe del reale, da quelle crepe luminosissime e feconde emergeranno nuove connessioni, tracciati, strade, come è successo agli archeologi inglesi che recentemente, proprio in virtù del lavoro solidale e della maggiore profondità di uno sguardo condiviso, hanno scoperto, da casa, siti archeologici che, in tempi ‘normali’ di rilievi e perlustrazioni, erano loro finora sfuggiti.

Lasciamo ampio spazio alla creatività e al potere dell’immaginazione e auguriamoci che, come Odisseo con la sua Itaca, quando il giovane cittadino approderà nuovamente alla scuola e ai suoi battenti, non si sentirà impoverito né deluso, bensì forte dell’esperienza e ricco di tesori raccolti lungo un viaggio che non finisce lì».

fonte: tuttaunaltrascuola

Micaela Mecocci ha conseguito la formazione Montessori internazionale e ha diretto una Casa dei Bambini in Svizzera . Oggi è a capo del coordinamento pedagogico di The Bilingual Montessori School of Paris. Ha appena pubblicato “Narrare il vero. Le favole cosmiche nella pedagogia Montessori” (Terra Nuova Edizioni).

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