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Fernand Deligny, Seme di canaglia. Consigli agli educatori che vorrebbero coltivarla

Posted on 19 maggio 2012 by Andrea Sola

Aforismi; presentazione di Luigi Monti

Si definiva un deragliatore, uno che tentava di far uscire dalle rotaie bambini e adolescenti la cui condizione sociale o psicologica costringeva a percorsi obbligati che quasi sempre trovavano compimento nei riformatori, nelle case di rieducazione o nei manicomi. Educatore anomalo, defilato, antiaccademico, progressista a impronta libertaria, Fernand Deligny ha lasciato molti scritti ma nessuno che intendesse “sistemare” la sua pedagogia.

In Italia ha conosciuto un brevissimo periodo di diffusione (che non ha lasciato traccia nei nostri manuali di pedagogia) verso la metà degli anni ’70 grazie soprattutto a I vagabondi efficaci, Jaca Book, che raccoglie gli scritti dedicati agli anni trascorsi con bambini devianti e disturbati, e a Una zattera sui monti, uscito per le edizioni L’erba voglio di Fachinelli, che racconta in una forma sincopata e anti-narrativa l’esperienza con i bambini autistici e mutacici sui monti delle Cévennes, portata avanti per trent’anni, fino alla morte, nel 1996.

Nato nel 1913, maestro più per necessità che per formazione, si ritrova, poco più che ventenne, a insegnare in una classe differenziale di Parigi. È qui che nasce l’attrazione per “questa misteriosa lordura sociale dell’infanzia disadattata”. Nel ’39, poco prima dello scoppio della guerra, diventa istitutore nell’ospedale psichiatrico di Armentières a pochi chilometri da Dunkerque, al Padiglione 3, il reparto riservato a bambini “disadattati, criminali, asociali, caratteriali e irrecuperabili”: queste le diagnosi di allora, non poi troppo diverse nella matrice culturale, e negli effetti, da quelle di oggi. Piccoli vagabondi che appiccano fuoco ai covoni delle fattorie, rubano il carbone sulle chiatte, “rifiuti di meno di diciotto anni che compiono crimini e sono ingrati, pubblicassistenziano e si masturbano l’esistenza”.

Approfittando del caos della guerra, Deligny rivoluziona le condizioni di vita del reparto: sopprime le sanzioni e introduce la figura del guardiano-educatore: operai tessili disoccupati, artigiani, ex detenuti le cui capacità manuali, la cui resistenza fisica e disponibilità Deligny cerca di mettere a frutto, diffidando delle corporazioni, dei tecnicismi e dei professionismi. Nel solco delle sperimentazioni di Célestin Freinet e dei primi Cemea (Centri di esercitazione ai metodi dell’educazione attiva), organizza uscite, giochi, attività sportive, laboratori artistici e artigianali. Ben presto però il suo approccio radicale, ironico e malinconico segnerà tutta la distanza da una corrente, l’attivismo democratico, di cui si sente sicuramente depositario, ma dalle cui derive omologanti non smette di mettere in guardia: “Ogni sforzo di rieducazione non sostenuto da una ricerca e da una rivolta sa troppo rapidamente di biancheria per imbecilli dove ristagna l’acqua benedetta. Ciò che noi vogliamo per questi ragazzi è che imparino a vivere, non a morire”. Aiutarli, non amarli, è la formula che racchiude la sua critica a tutte le ideologie dell’infanzia del dopoguerra.

Nel 1945, l’Associazione regionale di difesa dell’infanzia e dell’adolescenza gli affida il compito di organizzare e animare il primo Centro d’osservazione e smistamento della regione di Lille: si trattava di stare per tre mesi con i minori che avevano rubato, vagabondato, “coloro i cui genitori erano in via di decadimento.” Osservarli, intuirne talenti e potenzialità, liberarne l’immaginario e orientarli verso un collocamento professionale o formativo.

Dopo poco più di un anno, la sua triplice dissidenza – nei confronti del sistema educativo, delle modalità di selezione degli educatori e della divisione del lavoro tra le istituzioni abilitate – lo costringe a chiudere. Il titolo della cronaca del suo soggiorno al Centro d’osservazione, I vagabondi efficaci, è già un piccolo manifesto pedagogico e marca tutta la distanza fra la funzione di normalizzazione e controllo sociale che le istituzioni gli chiedono e il suo piano di ricerca e rivolta: “vagabondi inefficaci, piccolo popolo di solitari, gli uni rifiuti umani, incontestabilmente, gli altri speranza di un mondo che rischia sempre di crepare di docilità.” Il problema, prima ancora pedagogico che politico, non è quello di normalizzare dei disadattati, ma di rendere efficace il loro disadattamento, di creare le condizioni perché l’“inefficacia”, alienante, manipolabile e autolesionista del loro disagio, possa trasformarsi in autodeterminazione e in critica efficace all’ordine meschino che pretende di guarirli e che invece può al massimo – questo il basso continuo di tutto il lavoro e l’opera di Deligny – essere da loro guarito.

Solo con la bellissima corsa verso il mare di Antoine Doinel, con la quale Deligny suggerì a Truffaut di chiudere I 400 colpi – idea che gli venne sicuramente dai ricordi personali del mare del nord e dalle fughe dei ragazzini dal manicomio e dal Centro di osservazione di Lille – seppe spiegarci altrettanto bene il rapporto che esisteva tra i suoi “vagabondi” e la corruzione dell’ordine sociale che la loro devianza mostrava in tutta la sua evidenza.

È con queste intenzioni che, nel 1948, col sostegno clinico e organizzativo di Henri Wallon, crea l’organismo sperimentale della Grande cordata, realizzata su richiesta dell’Ufficio pubblico di igiene sociale che gli domanda di occuparsi dei giovani incollocabili con i quali la psicoterapia è inefficace. Ancora una volta si oppone al prevalere del modello “diagnosi-prognosi”, mettendo in piedi una rete per la presa in carico, “in libera cura”, di adolescenti caratteriali, delinquenti e psicotici, che non sembrano poter migliorare attraverso la clinica o la comunità terapeutica.

Interrogato spesso sul metodo, Deligny sostiene provocatoriamente di non averne mai avuti. Non si tratta di metodi, scrisse in più di un’occasione, ma di “una posizione da tenere, a un dato momento, in luoghi del tutto reali, nelle occasioni più concrete possibili.

Presa di posizione al Padiglione n. 3: nessuna sanzione.

Presa di posizione al Centro d’osservazione di Lille: la porta sempre aperta, i ragazzi sempre liberi.

Presa di posizione della Grande cordata: nessun letto, né istituto, né focolare e una rete di soggiorni di prova attraverso tutta la Francia, avente come base la rete degli Ostelli per la gioventù e qualsiasi altro luogo in cui ‘si’ volesse prendere come ospite un ragazzo della Grande cordata.”

Si trattava per Deligny di fare “causa comune” con i bambini, di criticare, attraverso il loro punto di vista, ma senza paternalismo, le istanze educative, mediche o giuridiche, di costruire un ambiente educante piuttosto che un insieme di regole astratte, di preferire l’invenzione alla compassione filantropica o al “narcisismo dei margini”.

Verso la fine degli anni ’60, dopo un paio di anni di collaborazione, seppur defilata, con la clinica di La Borde, nei quali la sua posizione antianalitica lo tiene lontano dai gruppi e dalle analisi ma vicino ai pazienti più agitati e “incurabili”, l’incontro con Janmari, dodicenne autistico grave e futuro protagonista del film Ce gamin-là, lo convince ad accettare l’invito di Felix Guattari a trasferirsi sui monti delle Cévennes per iniziare un nuovo “tentativo” con bambini psicotici le cui capacità comunicative sono fortemente compromesse. Ma non si trasferisce a Gourgas, dove Guattari accoglie, in una residenza di sua proprietà, gruppi della sinistra trotzkista, bensì a Graniers, un borgo isolato a pochi chilometri di distanza che Deligny dividerà con amici e bambini mutacici e che non abbandonerà più fino alla morte.

Nel suo lento, ma radicale distacco dalle istituzioni, l’incontro con l’autismo e la “fuga” sui monti non rappresentano, come spesso è stato detto, una cesura che rivelerebbe due Deligny: da una parte l’operatore militante al servizio della causa dell’infanzia delinquenziale e dall’altra l’etologo ed etnologo, poeta dell’autismo, ritiratosi al riparo dalle lotte politiche. Il “tentativo delle Cévennes” rappresenta piuttosto la conseguente evoluzione e il compimento di una critica che vedeva ormai inconciliabili le necessità delle istituzioni e quelle dell’infanzia. Non si avvicinerà però nemmeno all’esperienza libertaria di Summerhill il cui utopismo non corrisponde alla sua esperienza della follia collegata, attraverso la violenza, a quella della seconda guerra mondiale. La parabola dei suoi interventi disegna più semplicemente un ritiro della sfera pedagogica, un ripiegamento dell’intervento adulto, un superare, per sottrazione, il modello dell’attivismo e dell’educazione progressiva.

Senza nessun appoggio istituzionale, accogliendo ragazzi inviati da clinici fidati, fra i quali anche Maud Mannoni e Françoise Dolto, a Graniers crea una rete di “presenze vicine” (operai, contadini, braccianti disoccupati, operatori sociali ed emarginati, ma mai specialisti e educatori) regolate da un’economia di sussistenza e da questo “bisogno imperativo di immutevole” che definisce l’autismo. Una “zattera sui monti”, ai margini degli eventi del ’68, costituita da una mezza dozzina di “comunità” distanti da cinque a venti chilometri le une dalle altre, dove i ragazzi sono liberi di andare e venire e dove Deligny inventa alcune pratiche di intervento, né artistiche né terapeutiche, come le lignes d’erre, “linee-traccia”, che descrivono gli spostamenti e le azioni dei bambini mutacici nel territorio delle Cévennes. Una mappa che deve sempre meno al linguaggio e all’ordine del simbolico: “Non abbiamo un progetto terapeutico. Bisogna accettare di lasciarli vivere nell’‘assenza di linguaggio’ senza verbalizzare, il che sarebbe già interpretare e curare; accettare di non rieducare alla parola, che sarebbe già farli rientrare, per buona coscienza, nella nostra norma.”

Questo lavoro sempre più serrato sul linguaggio e la scrittura, si nutre dell’esperienza quotidiana di bambini che non possono fare affidamento sulla struttura psicologica e cognitiva della parola e donano agli ultimi scritti di Deligny, la loro particolare forma (vedi, in italiano, I bambini: i loro atti, i loro gesti e I bambini e il silenzio, entrambi editi da Spirali): un vero e proprio dispositivo documentario, che utilizza tracciati, incisioni, didascalie, fotografie, riprese video. Ed è soprattutto ai film (Moindre geste, presentato alla settimana della critica al festival di Cannes del ’71, Ce Gamin-là, Projet N) che in questi anni affida il compito di definire un territorio esterno al linguaggio ponendo il reale al di sopra di tutto in una sfera di percezioni allucinate senza corrispondenze nell’inconscio.

Già Graine de crapule (ripubblicato da poco in Francia in una ricchissima edizione delle Opere curata da Sandra Alvarez de Toledo per L’arachnéen) la raccolta d’aforismi che uscì per la prima volta nel ’45 di cui qui proponiamo una selezione e che racconta le intuizioni dei primi anni di lavoro, anticipava il bisogno di una scrittura sempre più rarefatta che affidasse a pensieri sciolti, motti di spirito e paradossi il compito di raccontare “come l’esperienza strapazza o sostiene la fragile ‘flottiglia’ dell’educazione attiva.”

Aforismi

Chi frequenta i piccoli d’uomo a scuola, al patronato o in colonia, riconosce sicuramente il seme di canaglia, come il contadino riconosce, maledicendoli, il cardo, la zizzania, il papavero e la malerba.

Ora supponi che tu, contadino curioso, abbia seminato un campo di zizzania, di cardi, di malerba e di papaveri. Nel vederli germogliare proverai la stessa trepidazione che provi a veder spuntare il grano.

Ma non affrettarti a ripulire i granai e non preparare gli attrezzi per la mietitura. La raccolta, se raccolta sarà, giungerà presto, più avanti oppure mai. Con la semplice differenza che il seme di canaglia è lo stesso del seme d’uomo.

Dal momento che hai deciso di coltivare zizzania, cardi, papaveri e malerba, aspettati di vedere arrivare i contadini che, perfettamente a proprio agio nei loro zoccoli, osservando il tuo campo diranno:

– “La malerba, la zizzania, il papavero e il cardo che infestano i nostri campi, qui vengono coltivati con una cura maggiore del grano.”

Se ti piace che si rida un po’ alle tue spalle, con gli occhi al cielo e a braccia aperte rispondi:

– “Sì, e credo che sarà un buon raccolto.”

Resta il fatto che il seme di canaglia appartiene alla stessa specie del seme d’uomo.

In caso contrario saresti folle come sembri.

Uno grida e gesticola, ti tempesta di progetti e di reclami; l’altro dorme, senza sogni.

Penserai: “L’impresa è semplice; risveglierò chi dorme e calmerò chi è agitato.”

Ma non riuscirai a spuntarla perché è impossibile che la pianta sia nel seme e il seme sia già pianta.

Trova per chi è agitato un lavoro che occupi proficuamente la sua agitazione e insegna a chi è addormentato a lavorare dormendo.

Così facendo non sarai forse onnipotente come Dio, ma avrai fatto del tuo meglio.

E per piacere, non contare sul potere delle parole. Hai mai sentito un contadino parlare alle sue barbabietole, un giardiniere alle sue piante, un vignaiolo alle sue viti?

Loro fanno il possibile perché le piante crescano e sono molto rispettosi del tempo. Non parlo della pioggia e del vento, ma del tempo necessario perché le cose trovino compimento.

Quando borbottano “Non va bene per nulla” significa che non c’è altro da fare.

E se tu mi dicessi “Sì, ma i piccoli d’uomo hanno orecchie”, ti risponderei “Ahimè… se questo buco non esistesse, gli adulti non potrebbero riversarvi tutte le loro stupidaggini”.

Tu pensi: “Hanno rubato, sono usciti indenni dal loro ambiente e hanno vagabondato qua e là: sfuggenti come lupi, sornioni come fiere… in ogni occasione gonfierò il petto e, a mascelle serrate, assumerò uno sguardo da domatore… diventeranno servili, adulatori, zelanti e obbedienti”.

Poiché non hanno nient’altro da donarti, ti offrono le loro mani, il sorriso e le orecchie.

Tu pensi: “Li ho conquistati”.

Due fori nelle gomme della bicicletta completano il regalo, dono di sé che giudicano sicuramente insufficiente.

Respingi quelli che si offrono: non cercare chi si allontana da te e conta chi rimane.

Se ne rimane anche uno solo, comincia da lui.

H. è stato messo al mondo da sua madre, allevato dalla zia, poi da una cugina, spedito in una fattoria, ripreso dai nonni per arrivare da te fresco fresco di prigione.

E tu accusi la società?

Quando conoscerai H., sarai molto indulgente verso sua madre, sua zia, sua cugina, il fattore, suo nonno e il direttore del carcere.

Cosa che non assolve la società.

Piccoli sfortunati? Addirittura.

Che le anime belle facciano opere buone per solleticare la propria sensibilità.

Tu, fai il tuo mestiere.

Tentennanti e senza speranza, come ci si immagina l’estinzione di una specie: pazienti e rassegnati attorno a un fuoco che riverbera ancora, a tratti, un riflesso di sangue sulle loro guance scavate, una fiammella nei loro occhi immobili.

Se non intervieni nessuno di loro allungherà le gambe per portare un po’ di legna secca al fuoco della vita che si spegne: se non intervieni nessuno di loro si alzerà per soffiare sulla brace.

Sempre l’inverno.

Hai mai visto un bambino pieno di vita? Prodigo come un sole estivo di calore e chiarezza al punto da rallegrare il mare e infiammare i boschi.

Loro sono freddi, grigi e cupi, e ciò che li anima, a volte, è semplicemente una febbre.

Piove. Si sono appena rifugiati nella sala, pallidi, a denti stretti, piccola umanità di fronte al disastro, disperati per questo atavico odore di miseria che sale da loro.

Se vuoi conoscerli in fretta, falli giocare. Se vuoi insegnare loro a vivere, lascia da parte i libri.

Falli giocare.

Se vuoi che trovino piacere nel lavoro, non legarli al banco da lavoro.

Falli giocare.

Se vuoi svolgere al meglio il tuo lavoro, falli giocare, giocare, giocare.

Se tagli la lingua che ha mentito e la mano che ha rubato in pochi giorni sarai maestro di un piccolo popolo di muti e di monchi.

Se oggi dai uno schiaffo, domani, poiché lo schiaffo non avrà sortito effetti, dovrai dare un pugno, dopodomani una manganellata, poi creare una stanza di tortura.

Credi che esageri?

Tuttavia quante case di rieducazione si dotavano di celle d’isolamento del tutto disumane in cui il bambino veniva gettato in punizione e privato del cibo. Rinchiuso là dentro, lasciava in pace il personale, aspettando la morte.

Ovvero: il massimo dell’adattamento sociale.

Sai cantare, improvvisare una storia di pirati, camminare sulle mani, imitare i versi degli animali, disegnare sui muri con un pezzo di carbone?

Allora otterrai la disciplina.

Nel più grande scompiglio, sii la calma sorridente. Nelle grandi bonacce, il vento.

Tu sei convinto che il mondo sia diviso in due: chi è onesto e chi non lo è. Loro ti diranno: chi è stato acciuffato e chi no.

Se maneggiassi un po’ di aritmetica sociale, diresti che trenta ragazzini in un dormitorio fanno dieci volte tre compagni o tre volte dieci compagni o quindici volte due compagni.

Mi spiace: qui trenta è trenta. Trenta gracili solitudini, complici e gelose.

Se giochi al poliziotto giocheranno ai banditi. Se giochi al buon Dio, giocheranno ai diavoli.

Se giochi al carceriere, giocheranno ai prigionieri.

Se sei te stesso, saranno molto seccati.

Un occhio su di loro e uno al cielo.

I primi giorni la testa ti farà un po’ male.

Quello che tu tratti da indifferente e da addormentato, hai visto con quale scaltrezza e vivacità sia stato capace di sgraffignare una torta da una pasticceria affollata di clienti?

Vive. Nulla è perduto.

Quello è una perfetta canaglia; esce di prigione, ingobbito e astioso; il suo dossier è ricco di relazioni verbose e di recidive.

Tanto meglio, sei a metà dell’opera.

In montagna è meglio dover salire che scendere.

T., che dava calci nelle tibie, ora dà pugni sul viso.

Grandi progressi.

L. arriva dalla prigione per il furto di un coniglio che ha diviso con la nonna.

Ringrazia la giustizia; avrebbero potuto rifilarti la nonna.

Ne ho conosciuto uno che metteva tanto accanimento nel gioco che gli capitava di svenire.

Non aveva la forza di trattenersi.

È lo stesso che colpiva con un’ascia la madre quando lei gli rifiutava quaranta soldi.

Una volta uscito “migliorato” ha violentato la sorellina che non vedeva da molto tempo.

Di volta in volta generoso e avaro, audace e timoroso, meschino e disinteressato, quello è se stesso solo quando dorme.

R. sa già che la vita non è per lui e, con le mani sulle ginocchia, guarda le ore passare.

Non dimenticarti mai di controllare se colui che rifiuta di camminare non abbia un chiodo nelle scarpe.

Se ruberanno fragole, pianta fragole nel loro cortile.

Capaci di tutto?

A te il “tutto”.

Tu fai cantare loro canzoni che inneggiano alla bellezza del mondo. E quello che cercano, a occhi bassi, è una cicca abbandonata.

Quattro tartine sono state rubate. Rapida inchiesta. M. è il ladro. Lo portano da te.

– “Signore non lo farò più, mai più… glielo giuro.”

È pallido per lo sconforto, piange e si torce le mani, si autoaccusa e se fosse più forte si lacererebbe il petto.

Scuoti la testa, attento a questo scontro tra l’eredità e la buona volontà nascente. Ti allunga tre tartine bagnate di lacrime: sei commosso.

L’altra, quella asciutta, la mangerà presto, ben nascosto, alla tua salute.

Dici a te stesso:

– “Sostituirò il loro papà e la loro mamma.”

Questa non è una buona ragione per ubriacarti tutti i giorni.

Tutto procede bene: è arrivato il momento di voltare pagina.

Questa sera ti sono estranei e sono estranei l’uno all’altro; il clima è pesante: grumi in un liquido sporco; tutto è perduto.

Trascorri la notte con questo peso sul cuore, completamente disgustato da loro.

Il mattino dopo, li trovi freschi e belli come dolci appena sfornati.

Che attenzione costante, che stupefacente ingegnosità, che attenzione sempre desta per evitare il minimo lavoro!

Qualcosa di paragonabile a una centrale elettrica che azioni un mulino per fumare sigarette.

Se sbadigliano a bocca spalancata ascoltandoti raccontare una storia, prendilo, se ti riesce, come segno di fiducia.

Non insegnare loro a segare se non sai tenere in mano una sega; non insegnare loro a cantare se cantare ti annoia; non ti assumere la responsabilità di insegnare loro a vivere se non ami la vita.

Maneggia lo scoutismo con cautela.

Non devono guardare i modelli che tu proponi loro come un rospo guarda una farfalla.

Non dire loro:

– “Chi sono io?”

Forse tu sei un adulto modello. Certamente non sei più un modello per un bambino.

Ma quando si tratterà di avere coraggio, sarà necessario che tu ne abbia per trenta; quando si tratterà di dare seguito alle idee, bisognerà averne per cinquanta; quando si tratterà di ridere, sarà necessario che tu sia felice per cento piccoli imbronciati

Quando sentirai parlare della tua dedizione, spero ne sarai molto meravigliato.

Se così non fosse, cambia mestiere.

Non lasciarti andare fino al punto di dire:

– “Oh! Jean tu hai fatto questo… come mi addolori…”

Se non fosse vero, Jean se ne accorgerebbe sicuramente.

Se fosse vero, rischieresti di fare aumentare il numero dei misfatti, se non altro per farti pena.

Questo è un piacere di cui Jean è privo da quando ha lasciato i sui genitori.

Chinarsi troppo su di loro, è la posizione migliore per ricevere un calcio nel didietro.

Se vuoi che siano se stessi – e non puoi desiderare altro – stai con loro senza armi e senza corazza, senza punizioni e senza ricompense.

Se vieni attaccato, usa al massimo il jiu-jitsu, che è conoscenza dell’uomo e del modo di servirsene.

Parlo per immagini: non può accadere che ti saltino addosso.

Se capita, cambia mestiere: sei tu che sei troppo piccolo, hai un brutto aspetto o i piedi piatti.

Impedirti di punire ti obbligherà a occuparli.

Dopo le prediche fiume, l’arma più cara ai raddrizzatori di bambini è la punizione.

E la vera desolazione è che i bambini prendono gusto a questi vizi degli adulti.

Non credere di trovare in loro quei difetti straordinari che darebbero vanto a un museo psicologico.

Troverai difetti a palate per le strade. Se ti accontenti di metterli in serra, accuratamente etichettati e lucidati tutti i mesi, prolificheranno, cresceranno e diverranno mostruosi a piacimento e la tua piccola collezione di anormali stupirà i visitatori.

Quello è testardo, ribelle e pigro. Scappa.

– “Tanto meglio: non c’era nulla da fare; non se la caverà.”

Due anni dopo tornerà a trovarti ben vestito, con una bici acquistata con i suoi soldi e un buon mestiere per le mani.

Non sentirti offeso. La vita ha molta più esperienza di te.

Dai aria e pulisci: la cattiveria è un microbo che prolifica nell’ombra, nel disordine e nella sporcizia.

L’acqua, il fuoco, l’aria e la luce: ecco cosa nel nostro mestiere fa miracoli.

Non credere ai miracoli.

Oggi c’è il sole; il cielo è blu e il vento fresco. Giocano. Ad ascoltare le loro grida gioiose, a vederli inseguirsi e dividersi per raggrupparsi in bande alleate, li senti finalmente fiduciosi e aperti.

Batti le mani per applaudire questa fiducia alla fine ritrovata e per chiamarli.

Quattro di loro sono scappati.

Prova che il sole non sortisce su di te e su di loro lo stesso effetto.

Jean ha preso la tartina di Paul. Paul riceverà una tartina da Jean. Sì, ma Jean dovrà restituire a Maurice il pezzo di zucchero che Charles aveva barattato con lui in cambio di un portapenne che Henri aveva estorto a Louis che l’aveva avuto, in cambio di un calcio nel ginocchio e di misteriose minacce, da Marcel il quale aveva rubato quattro biglie a Paul che le aveva chieste in prestito a Jean.

La verità è in fondo al pozzo, ma la corda con la quale la fai emergere è talmente lunga che quando la verità arriverà a galla, sarai troppo distante per scorgere anche solo il colore dei suoi capelli.

Se sono rinchiusi tutto quello che puoi fare per loro è, come questa anziana che torna con l’erba per i conigli in gabbia, portare loro tre fili di erba fresca:

– una bella storia, progetti e canzoni…

Ma questo non renderà la loro carne migliore.

Alleva trote in acqua sporca, prenderanno il gusto del fango. Alleva rane in acqua limpida, prenderanno il gusto di trota.

Costruire una roccaforte.

Lavoro di schiavo o gioco meraviglioso.

Tutto sta nel modo.

Epilettico, depresso, ipomaniaco…

Ecco le categorie del medico.

Per quanto riguarda te il tuo motto deve essere:

– “A cosa giocheremo?”

T. è brutale e testardo.

Non ti affrettare a limargli questi artigli.

Forse sono le sue uniche qualità.

P. è bugiardo, H. è insolente, Z. è dispettoso. E di F., che non ha niente di speciale, cosa ne faremo?

Se le loro parole non fossero vane, tu saresti già morto, gli occhi strappati, la lingua blu e le interiora lasciate alle mosche (a prenderle per buone quando sono arrabbiati).

Se le loro parole non fossero vane, sarebbero coraggiosi, gioiosi e onesti, devoti e consapevoli delle loro mancanze (a prenderle per buone quando ti parlano).

Tu non sei ancora morto e loro sono ancora un po’ canaglie.

Il vizio è scolpito sul loro volto… “Guardate che atteggiamenti ipocriti…”

Scegli il più vizioso del tuo gruppo, vestilo da piccolo borghese, sali con lui su un vagone di seconda classe e parlagli come a un figlio.

Se qualcuno non ti dice:

– “è veramente gentile suo figlio…”, dipende dal fatto che la tua faccia non invita al dialogo.

Impacciati nel gioco come gufi in pieno giorno.

Astiosi, attaccabrighe, imbroglioni, meschini e gelosi della loro forza.

Dopotutto i migliori ragazzi del mondo. Preferiscono attaccar briga e sputare in terra…

Riconoscerai tra loro l’ostrica, la carpa, il bue, la iena e il cavallo.

Ti arrabbieresti contro un’ostrica?

Se quelli che avrai “reso migliori” una volta usciti si comporteranno male, dipenderà, penserai, dal fatto che il resto del mondo sia da rieducare.

Cosa che non è poi così sbagliato pensare.

Compito davanti al quale altri, anche molto migliori di te, hanno dovuto rinunciare.

Ha paura dei cani. Ha orrore della pioggia. Teme il vento. Ha sempre freddo e si arrabbia quando il pasto tarda di cinque minuti.

È un piccolo vagabondo.

Che la tua simpatia per quelli tra loro che ti assomigliano, non ti impedisca di capire gli altri.

Tu perdi dei soldi.

T. trova due franchi e se li tiene.

V. trova cinque franchi e te li porta.

Io ti dico che avrai molti più problemi con V.

Che siano “come tutti gli altri” – e Dio sa quanto il mondo sia brutto: è questo il tuo ideale?

Per consolarti.

Se avessi successo, saresti più forte della stupidità.

C’era un asino, adulto da qualche anno e di mestiere maestro, che picchiava spesso i giovani agnelli perché le loro orecchie non crescevano abbastanza in fretta.

Accanto a lui un vecchio geranio insegnava ai giovani fiordalisi come dovevano tingersi di rosso.

Dedito allo stesso lavoro, un vecchio merlo insegnava a giovani civette i segreti del bel canto.

Questo centro di rieducazione era famoso in tutto il mondo per l’eccellenza dei suoi metodi ma non per l’efficacia dei suoi risultati.

Era un bambino dal cuore ricco di intenzioni buone, vive, sobrie ed eccentriche, come un popolo di nani in un’antica foresta.

Un adulto passò dispensando con voce grave buoni consigli e capitoli di morale.

Per avere soltanto sentito il loro nome pronunciato da quella voce tutti i piccoli nani morirono di paura.

Adulti, siate meno rumorosi.

Aspetta la grande fatica che ti assalirà una sera, con la voglia di sbuffare come i cavalli e il desiderio di camminare verso l’orizzonte fino al paese dei bambini sani, nobili e armoniosi, paffuti e abbronzati dal sole.

Il giorno dopo, sarai là un’ora prima del solito per farti perdonare.

Una mucca partorì un vitello con cinque zampe. Il contadino, ogni volta che passava dalla stalla, dava quattro o cinque bastonate sulla zampa in più.

La moglie del contadino voleva mandare il vitello a catechismo perché vi imparasse che una zampa in più rappresenta un difetto veramente grave.

La primogenita lo mostrava alle amiche che scoppiavano a ridere o facevano una piccola smorfia di disgusto.

Così fanno molti centri educativi!

Suo padre ha già trascorso otto anni in galera; sua madre, due anni all’ospedale e lui, piccolo incontentabile, vorrebbe ancora, che la società si prendesse cura di lui.

Forse sarebbe meglio che ad occuparsi dell’infanzia disadattata fossero vecchi ergastolani in possesso del titolo di educatori piuttosto che certe “anime” di buona volontà.

Perché se gli uni possono trasmettere il disgusto del vizio, gli altri trasmettono il disgusto della vita onesta.

Uno stato che tollera quartieri fatti di stamberghe, fogne a cielo aperto, classi sovraffollate, e che osa condannare i piccoli delinquenti, mi fa pensare a quella vecchia ubriacona che vomitava sui suoi bambini tutta la settimana e una domenica, per caso, schiaffeggiò il più piccolo perché aveva sbavato sul suo grembiule.

Bisognerebbe tessere insieme tre fili: l’individuale, il familiare e il sociale.

Ma il familiare è un po’ marcio, il sociale è ingarbugliato.

Allora si tesse soltanto l’individuale.

E ci si stupisce di aver portato avanti soltanto interventi artificiali e fragili.

Alcuni di quelli che fanno questo mestiere, il nostro, credono in Dio; altri hanno fede negli uomini.

Quando avrai trascorso trent’anni della tua vita a mettere a punto dei fini metodi psico-pediatrici, medico-pedagogici, psico-pedo-tecnici, alla vigilia della pensione, prenderai una buona carica di dinamite e farai discretamente saltare qualche isolato di un quartiere di catapecchie.

E in un solo istante avrai fatto di più che in trent’anni di lavoro.

Se tu perdi così facilmente l’entusiasmo per questo mestiere, non salire sulla nostra imbarcazione perché il nostro carburante è il fallimento quotidiano, le nostre vele si gonfiano di sghignazzi e noi lavoriamo duro per riportare al porto piccole aringhe mentre eravamo partiti per pescare la balena.

È un mestiere da bambini, è un mestiere d’apostolo, un mestiere da operaio montatore o meglio da stiratrice.

E le pieghe sono tenaci nel corpo e nell’anima dei bambini sui quali ha pesato, con tutta la sua massa inerte, una società di adulti completamente indifferenti.